Leen e la zingara


Eileen fissava il soffitto del carrozzone già da un po’, nel buio fitto delle ore più tarde della notte. Un numero imprecisato di altre ragazze dormivano lì dentro, ma non avrebbe saputo dire quante fossero: ne sentiva solamente i respiri regolari. Si girò e notò che anche Najma era sveglia. La ragazza bruna la stava guardando e sorrideva leggermente, appena visibile nell’ombra ed anche lei avvolta nelle coperte.
«Certo che sei strana» le disse a voce bassissima. 
Eileen non capì il perché di quell’affermazione, e così Najma spiegò: «se vuoi appartarti, non è certo quello il modo, né tantomeno il momento.»
Diede una rapida occhiata alle sue spalle, per capire se le altre dormivano, e poi concluse: «domani ti spiegherò io come le devi fare, certe cose.»
La nomade dai lunghi capelli le strizzò l’occhio ed Eileen arrossì visibilmente.
«Ma io, non…» 
«Certo, certo. Non facevi niente di male, lo so» le disse Najma in tono ironico, mostrando un’aria di scaltra complicità.
Leen allora sorrise, e decise di lasciar cadere l’argomento. Nonostante le chiacchiere di Najma fossero divertenti, e nonostante si sentisse in effetti un po’ disorientata da quel bacio che l’aveva protetta da congetture più pericolose, la sua attenzione era rivolta soprattutto a quello che Glenn le aveva detto. Rimuginava su ogni parola di quella fugace ed allarmante conversazione.
«Noi due siamo amiche?» chiese istintivamente alla ragazza bruna distesa al suo fianco, mentre i suoi pensieri la portavano lontano, nel regno della preoccupazione.
La nomade ci pensò un istante, dopodiché rispose: «credo che potremmo definirci così, certo. Perché me lo domandi?»
Eileen fissava di nuovo il soffitto, distinguendolo appena. Tirò a sé la coperta mentre alcuni spifferi facevano oscillare delle tende, chissà dove, nell’oscurità del carrozzone. 
«Se dovesse succedermi qualcosa di brutto… se tu lo sapessi, me lo diresti?»
Najma tacque per un lungo attimo ed Eileen chiese nuovamente, con voce flebile: «me lo diresti?»
Ci fu ancora una pausa di silenzio.
Alla fine la zingara le accarezzò la testa e disse piano: «dormi. Penso che tu ti stia preoccupando troppo.»


La Spada dei Poveri

Glenn si svegliò non appena fece giorno, grazie ad un raggio di sole che filtrava tra le tende del carrozzone in cui dormiva con altre cinque o sei persone. Aveva dormito buttandosi su un cumulo di coperte gettate in terra, mezzo vestito, e nell’esatto istante in cui aprì gli occhi sentì la necessità di uscire da quell’ambiente chiuso e soffocante, invaso dalla penombra e dalla puzza di piedi e corpi sudati.
Aprì la porticina e scese dal carro, socchiudendo gli occhi per abituarsi alle prime luci del mattino. Altre persone erano già in piedi nel campo nomadi e Glenn si sedette con loro su di una panca improvvisata, addentando un pezzo di pane duro e prendendo una tazza contenente una specie di brodaglia che gli zingari erano soliti preparare per colazione, e che aveva un forte sapore di latte di capra misto a cannella ed altre spezie non ben identificate e lievemente piccanti.
Si guardò intorno e vide Ash in un angolo appartato tra due carri, intento a cercare di colpire al volo dei sassolini che alcuni zingari gli lanciavano stando seduti su delle sedie. Il ragazzino si sforzava di intercettarli a mezz’aria utilizzando un bastoncino lungo poco più di un palmo, con dei movimenti che imitavano dei tagli, come se avesse avuto un’arma vera. Era lo stesso bastoncino che qualche giorno prima Glenn gli aveva lanciato senza preavviso, per vedere con quale mano lo avrebbe afferrato e stabilire se preferisse usare la guardia destra o la sinistra. Supponeva che Eileen non avrebbe approvato il fatto che stava insegnando a tirare di coltello ad un ragazzino di neanche quindici anni, ma Ash era stato così insistente che alla fine Glenn aveva acconsentito. D’altronde il coltello era considerato la spada dei poveri ed il monello ci avrebbe avuto a che fare comunque, inutile illudersi altrimenti. Visti gli ultimi risvolti della loro situazione, poi, forse era una buona cosa che il ragazzino imparasse a difendersi meglio; chissà, magari avrebbe potuto proteggere un poco anche Leen.
Glenn finì il suo latte di capra speziato e ripose la tazza all’interno della ciotola più grande in cui l’aveva presa. Si diresse quindi in direzione del ragazzino, che lo vide con la coda dell’occhio e lo salutò con un cenno, senza interrompere però la concentrazione sulla pratica con i sassolini.
«È un nuovo gioco?» chiese Glenn appoggiandosi ad uno dei carri più vicini. 
«I Girovaghi dicono che è un buon allenamento, e che lo fanno fin da piccoli» rispose Ash continuando a seguire con lo sguardo le pietruzze che volavano verso di lui, aspettando il momento giusto per colpirle in aria.
«Capisco» disse Glenn. «Quando finisci mi trovi là in fondo, allora.» 
Si avviò di nuovo in direzione della panca su cui si era seduto prima, soppesando la possibilità di un’altra tazza di quel latte speziato, ma Ash lo fermò. 
«No, aspetta. Ho finito!» si affrettò a dire il monello, abbandonando il gioco dei nomadi e schivando in maniera distratta l’ultimo sassolino che stava volando verso di lui. Gli corse incontro e Glenn annuì, guardandosi intorno alla ricerca di qualcosa. Raccolse un pezzo di legno della lunghezza adatta dai resti di un falò della sera prima e verificò che il bastoncino servisse allo scopo, poi indicò un piccolo spiazzo libero dietro ad un carrozzone. «Vieni, ci eserciteremo laggiù.»
Raggiunsero la loro piazza d’armi improvvisata e, come avevano fatto anche nelle mattinate precedenti, si posizionarono in guardia l’uno al fianco dell’altro. Con i bastoncini di legno in mano cominciarono ad eseguire a vuoto i movimenti principali degli schermidori, così come Glenn li conosceva. 
Un passo, e poi un affondo… due passi, e un affondo…
Ash imitava senza problemi ogni movenza, avanzava e si ritraeva con passi equilibrati, si spostava con facilità ed eseguiva i colpi in maniera efficiente. Glenn lo osservava con la coda dell’occhio, soddisfatto. 
«Va bene così» gli disse ad un certo punto, interrompendo la pratica figurata. «Adesso sarà meglio cominciare a pensare alla strategia. Spero che tu continui ad imparare in fretta, perché ormai abbiamo solo pochi giorni a disposizione. La città di Delaw è vicina.»
Senza approfondire le motivazioni di quell'avviso riguardo al tempo lanciò un’occhiata alle sue spalle, verso il gruppetto di zingari che si erano seduti a guardarli e che stavano commentando l’allenamento riuscendo persino a fare delle scommesse, chissà in quale maniera. Glenn non gli prestò attenzione e si girò subito dall’altra parte, sollevando il bastoncino fuligginoso che fungeva da pugnale.
«Fai attenzione alla distanza, adesso» disse mettendosi in guardia ed indicando al ragazzino di fare lo stesso, davanti a lui. Ash sollevò la sua arma di fortuna e gliela puntò contro, e Glenn calcolò lo spazio tra di loro, verificando che sarebbe stato necessario un passo molto lungo affinché Ash potesse raggiungerlo al petto con una stoccata.
«Che cosa faresti, in questo caso?» domandò quindi.
«Mi devo avvicinare?» azzardò il ragazzino, in una risposta ben poco convinta.
«Sei sicuro che non ci siano altri bersagli più a portata di mano, prima?» disse allora Glenn ondeggiando l’arma improvvisata davanti a sé, come un richiamo. 
Ash comprese subito l’indicazione e cercò quindi di attaccare la mano armata del suo avversario, che però la ritrasse per evitare il colpo di taglio. Vedendo questo, il ragazzino modificò il movimentò e lo abbassò, continuando l’arco che stava descrivendo in aria nel tentativo di farlo arrivare per lo meno fino alla coscia. Glenn ritrasse anche la gamba avanzata e così pure il secondo attacco andò a vuoto.
«Bene. Hai già capito» disse quindi al ragazzino. «La mano armata è uno dei bersagli più importanti, ed anche se sembra una cosa ovvia molta gente non ci pensa mai. Peggio per loro. Tu, invece, colpiscila ogni volta che è possibile, e prega sempre che il tuo avversario non usi dei guanti robusti, dei vestiti pesanti o delle protezioni di altro tipo. Con solamente un coltello comune potrebbe essere un problema.»
Ash annuì e Glenn tornò a posizionarsi in guardia, questa volta un poco più vicino. Lasciò l’iniziativa al ragazzino e questi, vedendo che ora poteva arrivare agevolmente anche ai bersagli arretrati – e non soltanto alla mano armata ed alla gamba avanzata – azzardò un affondo con l’intenzione di colpire direttamente in mezzo al petto.
Era esattamente ciò che Glenn voleva.
Lasciando volutamente a tiro e poco protetta quella zona del corpo, aveva invitato l’attacco in quel punto allo scopo di mostrare un’altra maniera di colpire la mano che regge l’arma, questa volta durante un’offensiva avversaria. Così, arretrando di un passo in maniera calcolata, si sottrasse alla stoccata di Ash e contemporaneamente colpì la sua mano armata lasciandogli un segno nero di fuliggine sul polso, testimone di un presunto taglio subito.
Ash si ritrasse, guardandosi l’avambraccio.
In quel momento udirono alle loro spalle una sorta di urlo di dissenso, accompagnato da un'imprecazione proveniente dai loro improbabili spettatori. Si voltarono e videro che uno zingaro stava passando alcune monete di rame, con fare seccato, ad un compare che ridacchiava soddisfatto. 
«Non badargli» disse allora Glenn, tornando in posizione alla stessa distanza di prima. «Sei pronto?»
Questa volta, però, fu lui ad attaccare, ed il ragazzino reagì prontamente eseguendo un movimento difensivo allo scopo di deviare il colpo di punta palesemente diretto al cuore. All’ultimo istante, tuttavia, la stoccata si ritrasse ed il legnetto raggiunse invece la mano armata di Ash che tentava di parare. Glenn eseguì il colpo di taglio mentre arretrava e si portava così fuori misura. Il ragazzino si guardò di nuovo la mano destra e vide che il bastoncino pieno di fuliggine gli aveva lasciato una seconda linea scura all’interno del polso.
Di nuovo si levò un vociare concitato tra i nomadi seduti, e lo stesso di poco prima – che nuovamente stava perdendo dei soldi – gridò, tra le risate generali: «maledizione! Vedi di farne una giusta, figliolo… mi stai facendo diventare povero!»
Ash sbuffò, stizzito.
«Ignorali, te l’ho già detto. Non devi farti distrarre dalla gente: ti potrebbe costare la pelle» gli fece notare Glenn. «Hai visto che cosa ho fatto prima? Hai capito come funziona? Devi stare sempre attento alle finte, perché sono davvero un grosso problema.» 
Ash si guardava ancora il polso con i segni neri, ma Glenn non aveva ancora finito.
«E pensa anche ad un’altra cosa» gli disse richiamandolo all’attenzone. «Quando sei tu ad attaccare, il tuo avversario naturalmente si sposta, si difende, e non è detto che questo sia sempre uno svantaggio. L’altro reagisce a quello che fai tu, quindi spesso puoi ingannarlo e farlo scoprire…»
Per mostrare quanto stava dicendo accennò un colpo diretto senza neanche smettere di parlare. Il ragazzo istintivamente si coprì e Glenn, con un rapido movimento del polso, scavalcò la sua difesa e lo sfiorò di taglio sul lato opposto.
«…e puoi anche invitarlo ad attaccarti in alcuni punti, se sei abbastanza in gamba, ma di questo parleremo un’altra volta.»
Detto questo si mise nuovamente in guardia ed Ash lo imitò, con lo sguardo concentrato e misurando la distanza che li separava, per rendersi conto di quello che avrebbe dovuto fare.
Glenn sorrise, vedendo che il ragazzino calcolava, mentre i nomadi mormoravano tra di loro e rimanevano in attesa. 
«Riproviamo» disse quindi scattando in avanti.
Seguirono alcuni scambi di colpi più avveduti, in cui Ash tentava di prevenire non soltanto le mosse immediate ed evidenti del suo avversario, ma cercava anche di prevedere le strategie di seconda intenzione e le possibili conseguenze degli attacchi e delle difese. Non reagiva più soltanto d’istinto, ma osservava e ragionava, cercava di mantenere una distanza costante tra lui ed il suo avversario e la modificava solamente quando gli sembrava utile, invadendo lo spazio dell’altro oppure ritraendosi per andare fuori portata. Glenn era felice che il ragazzino avesse una buona inclinazione per il combattimento, poiché lui non credeva assolutamente di essere un buon insegnante ed il tempo a loro disposizione era davvero limitato. 
Lo pungolò ancora per un poco, lasciandogli prendere dimestichezza con le varie finte ed i repentini cambi di direzione, ed alla fine si fermò, notando con la coda dell’occhio che i nomadi seduti lì vicino stavano ancora scommettendo sui progressi del monello. Contavano monete di rame e masticavano qualcosa, sputando in terra di tanto in tanto.
«Per oggi basta così» disse allora Glenn, infastidito dai Girovaghi che li osservavano e cominciavano a risultare rumorosi. «Continueremo domani» annunciò, avviandosi verso le panche nel centro dell’accampamento.
Ash rimase indietro e, mentre si stropicciava i polsi, lo zingaro che aveva perso più di tutti gli si avvicinò e gli diede un buffetto sulla testa, sussurrando con aria severa: «te l’ha mai detto nessuno di tenere una manciata di terra nella mano libera? Ti potrebbe servire. Pensaci, la prossima volta.»


Il capitano Arkam

«Non così, maledizione! Non lo vedi che è troppo vicino?» sbottò il capitano. Il soldato si ritrasse ed appoggiò a terra l’estremità del bastone che stava usando per l’allenamento. Il compagno fece altrettanto mentre i mormorii nella sala d’armi si abbassavano di tono. I passi del capitano rimbombavano sinistri in quello stanzone quasi vuoto e dal soffitto alto, il cui unico arredamento era costituito da alcune rastrelliere con armi di varia foggia, addossate alle pareti, ed alcuni vecchi scudi appesi al muro per mostrare gli stemmi delle varie casate. Arkam si avvicinò ai due e strappò di mano l’asta al soldato che aveva appena redarguito. 
«Sei nuovo, vero? Non mi ricordo della tua faccia.» 
«Sono qui da una settimana, signore.» 
«Immaginavo. Bene, tieni a mente due cose fondamentali, quando usi un’arma di questo genere: la prima è che è un’arma lunga ed ingombrante, e va usata in una certa maniera. La seconda è che quando si usano le armi nella maniera sbagliata si muore come un cane, oppure si fanno morire i compagni, e non c’è cosa che mi irriti di più di quando perdo dei soldati per colpa dell’inettitudine di uno di loro. Ci siamo capiti?» 
«Perfettamente, signore» rispose il nuovo arrivato, con la fronte imperlata di sudore. 
«Dai qua, e guarda come devi fare.» 
Il capitano gli strappò di mano l’asta da allenamento e con un cenno del capo si rivolse all’altro armigero, che subito si mise in posizione da combattimento con una certa dose di preoccupazione nello sguardo. Nella sala d’armi i mormorii si accesero di nuovo, con frasi canzonatorie e commenti di vario tipo, e c’era anche chi scommetteva su quanto tempo sarebbe durato il malcapitato, o su quanti assalti sarebbero serviti. 
Il capitano mosse alcuni passi intorno al suo avversario e notò con disappunto che questi non aggiustava a dovere l’allineamento della propria arma, o la posizione, per garantirsi una copertura adeguata ad ogni nuova angolazione. Se quel soldato fosse stato un combattente esperto il capitano avrebbe potuto supporre che i buchi nella difesa erano stati lasciati di proposito, delle trappole per invitare un certo tipo di attacco, ma in questo caso si trattava soltamente di geometrie maldestre, o errate, e di un novizio. Arkam scosse la testa e poi lo colpì di punta in pieno petto, con un rapido affondo che andò a segno senza problemi. Il soldato arretrò di qualche passo, tossendo, spinto dalla forza del colpo. 
«Idiota! Se avessi mirato alla gola adesso potresti essere morto, anche con questo stupido bastone coperto di stracci!» Arkam gettò a terra l’arma da allenamento e richiamò l’attenzione generale, zittendo i mormorii all’istante con un gesto della mano. 
«Ascoltatemi bene, tutti quanti. È vero che la nostra città è ormai tranquilla da alcuni anni, e spero anche che questa situazione duri ancora a lungo. Cionondimeno, se qualcuno di voi si è arruolato qui pensando di assicurarsi un piatto di zuppa giornaliero e senza troppo sforzo, vi assicuro che avete capito molto male. Un guerriero apprezza la pace, perché sa che la guerra lo metterebbe in prima fila tra quelli che si avviano a conoscere di persona i Giudici degli Inferi. Allo stesso modo, però, un guerriero deve temere la pace, i periodi tranquilli, perché rischia di rammollirsi!» 
Il capitano aveva alzato gradualmente la voce fino a rimarcare gridando le ultime parole. Fece scorrere lo sguardo severo sul gruppo presente in sala, e prima che potesse aggiungere qualcos’altro la sua attenzione fu richiamata da una guardia che proprio in quel momento apparve sulla soglia del salone per gli allenamenti. 
«Che cosa c’è, ora?» chiese Arkam spazientito. 
La guardia lo informò che giù in strada qualcuno lo attendeva ed il capitano sbuffò, già immaginando chi potesse essere. Imprecò tra sé e sé e poi si girò un’ultima volta verso i soldati in addestramento, puntandogli contro un dito accusatore. «Per le Ombre! Vi garantisco che se vedo nuovamente una vocazione al suicidio come quella che ho visto oggi, a voi due vi mando a lavorare immediatamente nelle cucine delle caserme, e ci rimarrete a lungo. E adesso muovetevi, che cosa avete da guardare? Ricominciate, forza!»


Giardini Forensi

Il sole inondava come un fiume in piena le superfici levigate delle forme marmoree disseminate ovunque nei Giardini Forensi, statue di rara bellezza che sembravano quasi dotate di vita propria tanto era stato minuzioso il lavoro degli artisti che le avevano modellate, ricercando la perfezione fin nei minimi dettagli. Eroi mitici e condottieri a cavallo se ne stavano immobili tra file di pilastri di proporzioni monumentali, attraversati spesso da venature sanguigne che ne abbellivano le strutture. Quelle figure mute ed immortali sarebbero vissute a lungo nel bianco rosato di opere magistralmente scolpite, testimoniando ai posteri la grandezza della civiltà che le aveva create. L’anziano senatore adorava passeggiare tra quelle statue, sedersi tra le fronde di piante esotiche importate da terre lontane e godersi i raggi caldi del sole a quell’ora, filtrati di tanto in tanto dai rami e dalle foglie. Aveva visto molti luoghi durante la sua vita, ammirato bellezze naturali e monumenti di altri popoli dalle culture a volte straordinarie. Aveva viaggiato in varie province del vasto Impero, conosciuto altri paesi, ma nessun posto era paragonabile a quel giardino e lui non era certo il solo a pensarlo. I Giardini Forensi erano considerati una delle meraviglie del mondo e non esisteva nessun altro luogo comparabile a quel parco sulle rive del grande fiume che attraversava la capitale dell’Impero.
Il burocrate sedeva tranquillamente su di un seggio di pietra bianca finemente decorato, con gli occhi chiusi e le mani in grembo mentre una leggera brezza gli accarezzava il volto magro, scivolando tra le rughe della fronte ed i radi capelli bianchi. Rifletteva sull’ordine del giorno, gli argomenti salienti che sarebbero stati discussi al Foro Imperiale di lì a poco, quando percepì una presenza che gli si avvicinava con passi leggeri. Il vecchio filosofo si voltò per vedere chi fosse. 
«Salve a voi, nobile Darius» lo salutò una voce familiare.
«Ah, sei tu, Caer. Siediti pure, così poi mi accompagnerai al Foro quando sarà ora.»
L’uomo più giovane si sedette al fianco dell’anziano e rimase ad osservare per un po’ il grande fiume che scorreva placido oltre la balaustra, vari metri sotto di loro. C’erano barche di varie dimensioni che scivolavano lentamente su quelle acque lisce e verdastre, come foglie secche su dei pigri rivoli d’acqua piovana. Molte imbarcazioni erano provviste di baldacchini piuttosto grandi e vistosi, ovviamente per proteggersi dal sole, e le loro figure sembravano tremolare attraverso la calura inclemente di quella giornata, mitigata solo di poco dal vento e dalle fronde ombrose del parco. Oltre il fiume, l’immensa città si estendeva a perdita d’occhio e non se ne vedeva la fine.
«A volte mi chiedo se l’Impero non si stia espandendo troppo, oltre il limite del nostro controllo» commentò Caer, ed l’anziano statista seduto al suo fianco sorrise.
«Ci sono molte cose che sfuggono da tempo al nostro controllo, ed è inevitabile che sia così. Non credo sia importante avere il controllo totale: ciò che fa funzionare l’Impero è il controllo delle cose fondamentali, e questa direttiva per ora si è rivelata sufficiente.»
«Per ora» sottolineò Caer. «Ma l’Impero ultimamente sembra sottovalutare molti dettagli che forse non dovrebbero essere lasciati al caso. Mi preoccupo per le province più lontane, quelle in cui l’Impero è più debole, e per le possibili conquiste future quando verrà il momento di espandere ancor di più i nostri confini.»
Darius sospirò. «Non credo che vedrò quelle conquiste. Ormai sono vecchio, ma penso comunque di potermi ritenere soddisfatto di ciò che ho conosciuto. Vieni al punto, Caer: che cosa vuoi chiedermi?»
Il giovane statista rimase in silenzio ancora per alcuni istanti, fissando il terreno coperto d’erba ed i suoi calzari di cuoio finemente intrecciati; dopodiché alzò nuovamente lo sguardo alla ricerca dell’orizzonte e delle parole migliori. 
«Si discuterà oggi la questione di alcune province minori, alcuni territori lontani che il Senato ha spesso trascurato perché considerati di scarsa importanza. Non vorrei che l’argomento fosse sottovalutato e messo da parte anche in questa seduta, poiché lo considero un errore che non favorisce di certo gli interessi dell’Impero.»
«Va avanti» disse Darius, lisciandosi il mento aguzzo.
«Vari senatori sono scontenti di come vanno le cose in alcune zone periferiche, ma sono pochi e non appartengono alle famiglie principali, quindi non osano manifestare il loro malcontento senza l’appoggio di un parere autorevole che rafforzi le loro posizioni.»
«Capisco» disse Darius. «Ma voi dimenticate che il Senato è l’organo supremo dell’Impero: chiunque al suo interno può esprimere la propria opinione liberamente; in fondo è per questo che ci riuniamo al Foro.» 
L’anziano filosofo fece una pausa, come per soppesare il valore effettivo della sua affermazione. Guardando il giovane uomo dall’aria accigliata, però, seppe che la retorica non sarebbe stata di grande aiuto in quel frangente. Le rughe sulla fronte canuta di Darius parvero moltiplicarsi, quindi sospirò, appoggiando una mano sulla spalla del suo vecchio allievo. «Comprendo i tuoi timori» gli disse con fare comprensivo. «La paura può spingere al silenzio ed a cose anche peggiori, che sono sempre state il veleno della politica. Purtroppo non c’è cura per questo veleno: sai bene che non puoi accontentare tutti quando parli. Devi scegliere da quale parte stare ed esporti un poco, se vuoi ottenere qualcosa. Così facendo, è ovvio che assumerai anche i rischi che ne conseguono.» 
«Mi sono trattenuto a lungo dall’esprimermi pubblicamente» disse quindi Caer, con lo sguardo fisso e ancora perso oltre il fiume. «A volte per paura, altre volte nella convinzione di essere troppo giovane e privo di peso all’interno del Senato per poter dire la mia. Ci ho pensato molto ultimamente ed ho deciso che oggi mi farò avanti, poiché le mie idee sono condivise anche da altri e sono opinioni sulle quali abbiamo discusso in precedenza.» 
Il giovane burocrate si girò verso il filosofo, e dal suo sguardo traspariva chiaramente una certa dose di aspettativa. «Il nostro numero è esiguo, però, e l’argomento non è tra quelli prioritari dell’assemblea. Se la questione non susciterà un interesse sufficiente tra gli Anziani, temo che verremo messi a tacere con facilità. Sapete bene come vanno queste cose.»
Darius rimase in silenzio, pensieroso. Rifletté per alcuni istanti ed infine si alzò, tirandosi in piedi con pacata lentezza. Porse il braccio al suo discepolo ed indicò l’edificio del Foro, alle loro spalle. 
«Vieni, è quasi ora. Sarà meglio avviarsi se non vogliamo fare tardi.»
Caer si alzò ed aiutò l’anziano a camminare, imboccando insieme a lui il viale che conduceva alle grandi sale del Senato. Rimasero in silenzio fino a che i colonnati del Foro Imperiale non furono vicini a sufficienza ed il vecchio senatore decise quindi di continuare da solo, ringraziando il più giovane per la gentilezza. 
Darius si avviò lentamente verso la scalinata di marmo bianco e senza voltarsi aggiunse solamente: «non importa se il numero è esiguo: verrete ascoltati e presi in considerazione, come è giusto che sia. Mi auguro solo che tu abbia scelto bene le parole.» 


La Contrada dei Mercanti

Affacciato alla finestrella della vecchia soffitta Glenn osservava il cielo sereno e profondissimo, di un blu così intenso che sembrava quasi gocciolare nella stanzetta come il colore di un dipinto. Ascoltò i suoni sommessi della notte, immaginandosi per un attimo di essere ancora spensierato e felice, come quando era ragazzo. Quelle fantasie lo accarezzavano dolcemente, mentre la lieve brezza che si faceva strada tra le crepe della parete gli sussurrava che quei giorni erano ormai lontani, molto al di là di quelle quattro mura.
Sospirò, rassegnato. Sarebbe stato bello poter tornare indietro, poter guardare di nuovo il mondo con gli occhi di quell’età… ma questi erano soltanto sogni, e le ali della sua immaginazione avevano perso già da molto tempo le loro piume fatate.
Ci pensò ancora per un attimo poi sorrise fra sé, cancellando quelle vecchie immagini. Si sdraiò e si avvolse strettamente nella coperta chiedendosi che cosa avrebbe fatto nei giorni seguenti. Era consapevole dei rischi che correva ma si sforzava comunque di non pensarci e, almeno per una volta, di mettere il buon senso da parte.
Dormì profondamente. Nessun fantasma del passato venne a disturbare il suo sonno in quella prima notte a Caledh dopo tanti anni. Aveva già pensato a cosa fare l’indomani, infischiandosene dei brutti presentimenti: c’era un posto che voleva rivedere ed era forse l’unico legato esclusivamente a dei momenti felici, che desiderava rievocare.
Appena si fece giorno uscì, avvolto nel mantello per proteggersi dall’umidità del mattino, il pugnale allacciato alla cintura e a portata di mano tra le pieghe scure dei vestiti. Respirò profondamente e si addentrò nel borgo con passo calmo e deciso. Preferì come sempre i vicoli più nascosti e le stradine più malandate e periferiche, per quanto gli era possibile. Per buona parte del cammino non incontrò anima viva, eccetto qualche viandante solitario come lui. Man mano che si avvicinava ai confini della Città Vecchia, però, iniziò a scorgere anche dei venditori ambulanti che con i loro carrettini di legno si avviavano verso la pittoresca Contrada dei Mercanti, la stessa destinazione che anche lui si era scelto.
La Contrada, come semplicemente la chiamavano, era un intricato guazzabuglio di viuzze e di botteghe che ogni giorno attirava una quantità incredibile di persone, riempiendosi all’inverosimile. Era l’immagine più suggestiva di Caledh ed era l’unica che Glenn conservasse con piacere nella sua memoria. Era ansioso di rivedere quell’angolo di città in cui tante volte si era recato segretamente, da ragazzo, nonostante le ripetute raccomandazioni ed i divieti dei genitori. Quante sgridate gli aveva procurato la Contrada! Ma ne era sempre valsa la pena. La raggiunse in breve tempo e subito si unì alla folla che si accalcava e si pigiava nelle strette vie del mercato, in cerca delle cose più bislacche che si potessero acquistare, barattare o, all’occorrenza, rubare senza troppi problemi. Era l’anima pulsante della Caledh dei poveri, un caotico labirinto in cui persino le guardie rinunciavano ad inseguire qualcuno, una volta dentro. Neanche il sole filtrava molto bene tra gli edifici vecchi e malmessi della Contrada, avvolti nella fitta rete multicolore di banconi pieni zeppi di mercanzie, frutta e verdura, fiori, tende e tessuti che si aggiungevano ai panni stesi ad asciugare di chi ci abitava, appesi come festoni laceri e consunti che, tutto sommato, avevano ben poco da festeggiare. 
Il baccano era assordante già alle prime ore del mattino. Era quasi impossibile distinguere persino la propria voce in quella baraonda convulsa e frenetica, dove nessuno si fermava per più di qualche minuto in uno stesso punto. Si veniva sospinti dal fiume umano che riempiva i vicoli angusti e resi ancor più stretti dalle decine di carretti degli ambulanti, in lite continua con i bottegai ai quali coprivano le entrate dei negozi. Nessuna faccia veniva guardata per più di qualche istante tra i fumi ed i colori opachi di quell’immenso formicaio, un luogo dove tutto era lecito e si poteva trovare di tutto, se si era disposti a pagare bene. Glenn fu inghiottito ben presto da quel viavai incessante, come una goccia d’acqua in una grande cascata, anonimo e felice come se avesse ritrovato un vecchio amico che credeva perduto per sempre. Gli era mancato quel posto, pensò, nonostante avesse visto le immense fiere del confine ovest e persino i labirintici mercati sotterranei della capitale. Ricordava com’era affascinato, da ragazzo, dai saltimbanchi e dai mangiatori di fuoco, dai musicisti di strada e da tutta la moltitudine immensa di oggetti bizzarri e curiosi esposti lungo le vie. A quell’epoca non si rendeva minimamente conto dei rischi che si potevano correre in un luogo del genere, per lui era una sorta di giardino incantato nel quale poteva dimenticarsi di tutto, nel quale poteva rifugiarsi ogni volta che desiderava scappare dalla realtà. L’essere anonimo in mezzo a tante persone in qualche modo lo faceva sentire più libero, più vivo, in un intero mondo tutto per lui, con personaggi e suoni inconfondibili.
Come allora, si guardò intorno alla ricerca di qualcosa di interessante, ripensando a come si stupiva facilmente per ogni cosa di cui non conosceva il nome. Il suo sguardo spaziò a lungo, ma ormai privo della luccicante fantasia dei fanciulli rimase deluso: tutto era più piccolo adesso, più insignificante. Avrebbe dovuto aspettarselo, si disse. Tutto sommato preferiva ricordarsi quel luogo come lo vedeva una volta, e non per quello che era. Riflettendoci bene concluse che quasi ogni cosa è sempre più bella quando la vedi con il filtro della fantasia, e non attraverso la lente della realtà. I suoi occhi erano grigi come lo era tutta la sua vita, e attraverso di essi non vedeva più niente di poetico in quel caos allucinato. Gli faceva pensare più che altro ad una vecchia prostituta ormai priva da tempo di tutto il suo fascino ed i suoi lustrini.


Tenebre


Il suo corpo non era più in grado di aiutarlo quando Glenn tornò in sé. Ogni cosa sembrava lontana e velata, persa in un turbine di immagini vaghe e suoni ovattati. Vedeva ombre affannarsi intorno a lui e udiva voci soffuse e distanti, come provenienti da un altro mondo. Sentì delle mani che lo sollevavano da terra e poi il tonfo sordo del suo corpo contro delle assi di legno. Non provava alcun dolore, nessuna sensazione tangibile.
Non provava più niente.
La luce sparì e sentì ancora il rumore del legno, sopra di lui, e poi i colpi cadenzati di un martello. Le voci si fecero sempre più sommesse finché non udì più nulla e si ritrovò immerso nelle tenebre più assolute. Quel buio faceva paura, mentre da una distanza incommensurabile giungeva il suono ritmico di una pala al lavoro. Cercò di urlare, ma le sue labbra erano fredde, immobili, le sue narici erano piene dell’odore umido e pungente della terra che già ricopriva le robuste assi della bara. Avrebbe pianto, se solo avesse potuto, ma i suoi occhi erano secchi e fissi, spalancati su un abisso di oscurità senza fine. 
Gli avevano detto che in punto di morte avrebbe contemplato sé stesso da fuori, che sarebbe stato libero dalla carne, finalmente in pace... ma si rese conto che non era così. Le sue membra immobili erano divenute un’orribile prigione. Incubi senza nome artigliavano la sua mente perfettamente cosciente, demoni crudeli e senza volto lo tormentavano con ferocia mentre il suo corpo rimaneva inerte, gelido, gli occhi sbarrati e puntati nel vuoto.
Era ormai solo, intrappolato nel buio più assoluto.
Quel buio era terrificante come nessun’altra cosa. I suoi sensi erano in qualche modo vigili e acuti nell’immobilità delle tenebre che lo seppellivano. Avvertiva distintamente il peso asfissiante dei metri di terra che lo sovrastavano, udiva le minuscole creature sotterranee che già grattavano e si strusciavano contro le assi di legno alla ricerca di una fessura, di un’entrata. Sentiva ogni fruscìo, ogni schiocco, ogni seppur minimo rumore, escluso il battito del suo cuore.
Un terrore cieco e allucinato graffiava la sua mente in quell’attesa folle e senza scopo. La pazzia si faceva strada a passi veloci e la morte divenne un desiderio ardente ed ossessivo. Ma era ancora vivo? O forse la vita se n’era già andata e quello era l’inferno, l’eternità a cui era destinato?
La sua essenza gridò, lacerata internamente, straziata. 
Giunto ormai al limite della sopportazione accolse con benevolenza l’oblio che lentamente cominciava a calare su di lui, clemente come le braccia fredde della notte.


L'Inquisitore

«È tutto pronto, Alibert?»
«Si, eccellenza, tutto pronto.»
Il Grande Inquisitore si affacciò alla finestra per dare uno sguardo alla piazza sottostante. La funzione si era svolta al mattino, secondo la liturgia che accompagnava la presentazione degli accusati in forma pubblica, ed il palco del boia era stato montato soltanto alcune ore dopo poiché i riti religiosi erano rigorosamente separati dalle esecuzioni. La piazza era gremita di gente curiosa e leggermente a disagio, anche se morbosamente in attesa di assistere al tremendo spettacolo che si sarebbe presentato di lì a poco. 
«Molto bene» commentò il religioso. La faccia scura dell'Inquisitore era talmente inespressiva che nessuno in tutte le Terre Conosciute sarebbe stato in grado di decifrare lo sguardo di quell'individuo tanto particolare quanto pericoloso. Tra i Grandi Inquisitori dell'Impero Tarek D'Arn era senza dubbio il più inquietante, secondo solo, forse, al Sommo Inquisitore. Così come i Giudici degli Inferi menzionati nei Testi Sacri, anche i Grandi Inquisitori erano solamente in quattro ed il loro numero doveva essere mantenuto costante; giravano per le provincie dell'Impero controllando, per il bene dei sudditi devoti, che la Vera Fede non fosse minacciata. Le loro azioni erano il pugno di ferro di Dio in terra, la protezione ultima contro l'abisso del peccato ed il male irredimibile.
«Le confessioni sono state tutte confermate?» chiese Tarek D'Arn al suo chierico.
«Ne manca una, eccellenza. Non sembra voler cedere, è molto ostinata.»
L'Inquisitore non si scompose. «Forse è innocente. Voglio vederla di persona.»
«Faccio strada, eccellenza. Da questa parte»
L'Inquisitore, preceduto dall'accolito, scese le scale che portavano alle segrete e già a metà della discesa poté udire le grida disperate della donna. 
Se ne rammaricò.
Entrò nella sala e fece fermare il Mastro Torturatore con un gesto della mano. L'omone si ritrasse e l'Inquisitore si avvicinò al volto martoriato della donna, ridotto ormai ad una maschera di sangue quasi irriconoscibile. Gli occhi tumefatti di lei si mossero a malapena, ma un guizzo nello sguardo indicò che aveva riconosciuto l'Inquisitore a pochi centimetri di distanza. Poteva sentirne il respiro, la presenza, l'autorità ancora prima di vederlo. Si era aspettata quel momento e si stupì di non provare terrore al cospetto di quell'individuo tanto temuto in tutte le provincie dell'Impero. Forse la fase del terrore era già stata superata.
«Mi conosci?» chiese l'Inquisitore. 
La donna fece cenno di si con un movimento del capo appena percettibile. 
«Non devi aver paura. Solo chi ha colpa deve temere l'ira di Dio. So che hai resistito all'Interrogatorio, e non è cosa da poco. Da dove viene questa forza, sapresti rispondermi?»
Il chierico si mosse a disagio e spostò il peso da un piede all'altro, guardando in terra come faceva ogni volta che udiva la parola "interrogatorio" usata per descrivere un supplizio di tre giorni costellato di torture indescrivibili e crudeltà lancinanti, che erano dolorose al solo pensarci. L'Inquisitore parve non notarlo e rimase concentrato sulla donna, osservandola come se stesse guardando dentro ad una polla d'acqua stagnante per scoprire che cosa ci fosse sul fondo.
«Non sai rispondermi?»
La donna fece cenno di no, e quel movimento le costò molto sforzo e le causò altri dolori. L'Inquisitore la accarezzò sulla testa, ed il gesto sembrava realmente pietoso, quasi amorevole. 
«Non aver paura, figlia mia. La tua forza è probabilmente venuta da Dio, per provare la tua innocenza ai miei occhi. Dammi solamente alcuni minuti per verificare e poi sarai liberata. Ti farò una domanda soltanto, e ti prego di rispondere sinceramente. Lo farai?»
La donna fece cenno di si, e rimase in attesa. L'Inquisitore si allontanò allora da lei e prese a scartabellare le carte sparse tra i ferri sporchi su un tavolo della sala delle torture, leggendo i capi d'accusa. Aveva visto migliaia di volte accuse di quel genere e sapeva che molte di esse erano mosse contro avversari politici o commercianti scomodi, o da uomini traditi da mogli infedeli, o con intenzioni intrise di molte altre motivazioni che miravano all'eliminazione di qualche rivale, quale che fosse la questione. Spesso le accuse erano rivolte a persone che realmente meritavano di essere punite per azioni meschine, ma per queste cose esistevano i tribunali e non erano certo situazioni che interessavano all'Inquisitore, la cui attenzione era rivolta solamente alle insidie contro la Fede. Il resto erano solo problemi di uomini tra gli uomini, e Tarek D'Arn non considerava necessario l'intervento della mano di Dio in situazioni minori, lo trovava addirittura blasfemo.
Continuò a leggere per alcuni minuti, giusto il tempo di notare che il principale accusatore era il marito, e poi ripose i documenti sul tavolo mettendoli in ordine. Si voltò e tornò lentamente verso la donna, ma tenendo lo sguardo rivolto al chierico che si guardava intorno con circospezione. Il ragazzo era al servizio dell'Inquisitore solamente da qualche mese ed ancora non riusciva ad abituarsi agli orrori che vedeva. Tarek D'Arn lo chiamò al suo fianco e gli chiese: «Nell'accusa rivolta a questa donna sta scritto a chiare lettere che parla lingue sconosciute durante la notte, e che il drago nero del peccato è stato visto volteggiare al di sopra della sua dimora. Tu che cosa ne dici?»
«Io, che cosa ne dico, eccellenza? Ehm... veramente...»
«Coraggio, mio caro Alibert. Puoi parlare liberamente.»
Il chierico si schiarì la gola, cercando di non farsi prendere dal panico e di scegliere le parole con molta accuratezza, ben sapendo che poteva andarne della sua stessa vita. Si fece quindi coraggio, e disse: «Be', a dire il vero mi sembra un poco stravagante come accusa. La questione delle lingue l'ho sentita spesso, ma questa cosa del drago, insomma... non saprei.»
L'Inquisitore si rivolse quindi alla donna martoriata e le sorrise. «Hai sentito? Il mio chierico è perplesso sul tuo caso, come puoi vedere, ed io ho considerazione delle opinioni dei giovani. Dio usa sovente i giovani come canale di comunicazione privilegiato.»
L'Inquisitore le si fece più vicino. «Ci sono condannati in queste segrete, come tu certo saprai, che per loro stessa ammissione sono colpevoli di ciò di cui vengono accusati. Si avvieranno verso il loro Atto di Fede tra poco e non soffriranno più, poiché le torture sono cessate. Infelicemente però il loro corpo è stato corrotto dal male e non può essere lasciato ad insozzare questo mondo. Sai come si svolge un Atto di Fede, vero? Dovranno essere decapitati, poiché l'anima risiede nella testa, ed il corpo verrà bruciato fino a non lasciare più traccia. Le loro teste saranno però conservate in un luogo consacrato, affinché le fiamme infernali non possano reclamare quelle anime impure che ardentemente vorrebbero reclutare tra le loro schiere dannate per muovere guerra a Nostro Signore quando verrà la fine dei tempi, così come sta scritto.» 
L'Inquisitore fece una pausa, per accertarsi che la donna stesse ascoltando, e continuò: «Sono anime perse... tuttavia Dio è compassionevole e nessuno può sapere che cosa ha in serbo per noi, una volta che si sia varcata la soglia che conduce oltre la carne. I Testi Sacri dicono che persino le anime dannate possono essere redente dall'Onnipotente, dopo la morte, e salvate dall'Abisso per essere condotte verso la Vera Luce; per questo è necessario che l'Atto di Fede si compia, per il bene delle anime immortali di quei poveri fratelli caduti nel peccato. L'Atto di Fede è la loro ultima speranza di evitare i Giudici dell'Inferno, figlia mia, lo capisci questo?»
La donna si forzò a muovere la testa in un cenno affermativo, e l'Inquisitore le accarezzò nuovamente il capo coperto di sangue rappreso. «Non si deve mai avere la presunzione di conoscere la verità finché cammineremo su questa povera terra materiale e limitata. Dio solo sa che cosa ci meritiamo veramente e quindi a Lui solo rimettiamo il giudizio. L'uomo semplice ha bisogno di essere guidato per non perdersi nelle tenebre mentre l'uomo saggio, che è sempre preda del dubbio, ha anche lui bisogno più che mai della Fede che lo protegga dalle scelte pericolose.»
Tarek D'Arn si interruppe, come se stesse rievocando alcune memorie lontane; poi tornò in sé, facendo un passo indietro ed osservando la donna per intero, ridotta ad uno stato veramente pietoso. «Rispondi allora alla mia domanda» le disse l'Inquisitore. «Basta che tu faccia un cenno del capo.»
La donna annuì, sentendo un'altra fitta di dolore attraversarle la spina dorsale. L'Inquisitore giunse le mani e chiese: «Uccideresti tu stessa quegli uomini, in nome della Fede?»
La poveretta rimase immobile, allibita, e dopo alcuni istanti di riflessione che le parvero eterni annuì, accettando la terribile offerta con la mente lenta ed annebbiata dalla tortura. L'Inquisitore volle però esserne certo. «Ucciderai quegli uomini?» domandò nuovamente.
La donna nuovamente annuì.
«Ottimo. Liberatela» disse Tarek D'Arn, volgendosi verso la parete opposta ed indicando la pesantissima ascia del boia, l'oggetto più ingombrante e tremendo presente nella stanza. «Se è la Fede in Dio che ti ha fatto resistere all'Interrogatorio, la Fede in Dio ti darà la capacità di portare a termine le esecuzioni di oggi in Suo nome. Se fallirai vorrà dire che mi sono ingannato, e che non è stato Nostro Signore che ti ha reso forte in queste segrete.»
I ceppi fissati alla parete vennero aperti, ed appena libera dalle catene la donna cadde a terra in un pietoso mucchio d'ossa e carne straziata. Il chierico si mosse inconsciamente per sollevarla dal pavimento ma l'Inquisitore lo fermò con un gesto della mano. «Non dev'essere aiutata, figlio mio: Dio solamente deve sorreggerla. Se Dio è con lei riuscirà nell'intento e farà la sua parte per proteggere la Vera Fede.»
Il chierico fece per obiettare ma decise subito di tenere la bocca chiusa non appena vide lo sguardo fermo su di lui dell'Inquisitore. Non si poteva mai sapere che cosa passasse per la testa di quell'uomo terribile, capace di momenti pietosi e quasi generosi a volte, e subito dopo di crudeltà inimmaginabili in nome del Dio compassionevole. Ma Alibert era giovane e pensò che non aveva ancora una comprensione abbastanza profonda della Fede per poter giudicare correttamente ciò che vedeva, così se ne stette zitto e tenne per sé i pensieri più umani che gli invadevano la mente.
In fondo chi era lui per giudicare l'operato di un grand'uomo com Tarek D'Arn?
Tarek il Convertito, come alcuni lo chiamavano, l'uomo dalla pelle nera proveniente dalle più lontane province dell'Impero, l'uomo che era stato un feroce guerriero, un nemico che benché immerso nel peccato e nella blasfemia degli infedeli era stato capace di rinascere nella luce del Vero Dio. Chi era Alibert per giudicare un uomo che era venuto dal nulla, dalla sabbia, ma la cui Fede incrollabile aveva fatto sì che diventasse uno dei quattro Grandi Inquisitori nonostante le sue origini pagane? Tarek D'Arn era un esempio vivente del potere di Dio che supera ogni cosa, un potere che può redimere e convertire, salvare chiunque abbracci la Fede e ne sia degno. L'Inquisitore era un sant'uomo, ricordò Alibert a sé stesso, ed il chierico non invidiava certo la terribile responsabilità che gravava sulle spalle di Tarek D'Arn, e nel suo intimo provava pena per il suo mentore dall'espressione imperturbabile quasi quanto per i condannati.
Si avviarono su per le scale, diretti questa volta all'uscita però, per presenziare alle esecuzioni imminenti nella piazza antistante. L'Inquisitore non poté fare  ameno di notare l'inquietudine del proprio accolito e domandò: «Che cosa ti turba, figlio mio?»
Alibert rispose di getto, senza avere il tempo di riflettere, e disse impulsivamente: «stavo pensando a quella donna, in quelle condizioni... come potrà decapitare tutte quelle persone?»
«Non sono più delle persone» gli fece notare l'Inquisitore. «Hanno abbracciato il peccato volontariamente e ormai non c'è redenzione per loro su questa terra. Dovranno comparire davanti al Compassionevole e cercare la salvezza oltre la carne, e quella donna li aiuterà.»
«Si, ma... e se non ce la facesse?»
Tarek D'Arn lo prese sottobraccio: «In quel caso, si renderà necessario un Atto di Fede anche per lei.»


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O Inquisidor

«Tudo está pronto, Alibert?»
«Sim, excelência, tudo pronto.»
O Grande Inquisidor aproximou-se à janela para dar uma olhada na praça abaixo. A função religiosa tinha sido realizada na parte da manhã, de acordo com a liturgia que acompanhava a apresentação dos acusados de forma pública, e o palco para as execuções tinha sido montado algumas horas mais tarde pois os ritos eram rigorosamente separados das execuções. A praça estava cheia de gente curiosa e um pouco agitada, ainda que morbidamente na espera para testemunhar o tremendo espetáculo que seria apresentado dali a pouco.
«Muito bem» comentou o religioso. O rosto escuro do Inquisidor era tão inexpressivo que ninguém em todas as Terras Conhecidas teria sido capaz de decifrar o olhar daquele indivíduo tão peculiar quanto perigoso. Entre os Grandes Inquisidores do Império Tarek D'Arn era sem dúvida o mais perturbador, perdendo apenas, talvez, para o Sumo Inquisidor. Assim como os Juízes do Inferno mencionados nos Textos Sagrados, também os Grandes Inquisidores eram apenas quatro e o número deles deveria ser mantido constante; percorriam as províncias do Império controlando, para o bem de seus súditos devotos, que a Verdadeira Fé não fosse ameaçada. Suas ações eram o punho de ferro de Deus na terra, a melhor proteção contra o abismo do pecado e o mal irremediável.
«As confissões foram todas confirmadas?» perguntou Tarek D'Arn ao seu clérigo.
«Falta uma, Excelência. Não parece querer ceder, é muito obstinada.»
O investigador não se abalou. «Talvez seja inocente. Quero vê-la em pessoa.»
«Indicarei o caminho, excelência. Por aqui.»
O Inquisidor, precedido pelo clérigo, desceu as escadas que o levava ao segredo e já na metade da descida podia ouvir os gritos desesperados da mulher.
Ele lamentou.
Entrou na sala e parou o Mestre Torturador com um gesto de mão. O homem grande deu um passo para trás e o Inquisidor aproximou-se do rosto espancado da mulher, agora reduzido a uma máscara de sangue quase irreconhecível. Seus olhos inchados mal se moviam, mas um brilho neles indicava que ela havia reconhecido o Inquisidor a poucos centímetros de distância. Podia sentir seu hálito, a presença, a autoridade antes mesmo de vê-lo. Aquele momento era esperado e se surpreendeu por não sentir terror na mira daquele indivíduo tão temido em todas as províncias do Império. Talvez a fase do terror já tinha sido superada.
«Você me conhece?» falou o Inquisidor.
A mulher assentiu com um movimento quase imperceptível da cabeça.
«Não tenha medo. Somente quem é culpado deve temer a ira de Deus. Eu sei que você resistiu ao interrogatório e não é uma atitude comum. De onde é que vem esta força, você poderia me responder?»
O clérigo se mexeu desconfortavelmente e jogou o peso de um pé para o outro, olhando para o chão como fazia todas as vezes que ouvia a palavra "interrogatório" usada para descrever uma punição de três dias cheios de crueldade indescritível e insuportável tortura, que era doloroso só de pensar. O Inquisidor não o notou e permaneceu concentrado na mulher, observando-a como se estivesse olhando para uma poça de água parada tentando descobrir o que estava no fundo.
«Você não sabe me responder?»
A mulher abanou a cabeça, e aquele movimento custou-lhe muito esforço e lhe causou mais dor ainda. O Inquisidor acariciou sua cabeça, e o gesto parecia realmente piedoso, quase amável.
«Não tenha medo, minha filha. Sua força, provavelmente, vem de Deus para provar sua inocência aos meus olhos. Dê-me apenas alguns minutos para verificar e então você será liberada. Irei lhe fazer uma única pergunta e, por favor, responda com sinceridade. Você o fará?.»
A mulher acenou com a cabeça, e ficou a espera. O Inquisidor então afastou-se dela e começou a folhear os papéis espalhados entre os ferros sujos sobre uma mesa da sala de tortura, lendo as páginas da denúncia. Tinha visto milhares de vezes acusações daquele tipo e sabia que muitas delas eram feitas contra adversários políticos ou comerciantes desconfortáveis, ou por homens traídos pelas esposas infiéis, ou, ainda, por aqueles que, por muitas razões, buscavam eliminar um rival não importando a relação. Outras vezes, as acusações eram destinadas a pessoas que realmente mereciam ser punidos por ações mesquinhas mas para estas coisas existiam os tribunais e certamente não eram situações que interessavam o Inquisidor, cuja atenção estava voltada apenas para os ataques contra a Fé. O resto eram apenas problemas dos homens entre os homens, e Tarek D'Arn não considerava necessária a intervenção da mão de Deus em situações de menor importância, pensava que fosse até uma blasfêmia.
Continuou a ler por alguns minutos, o suficiente para perceber que o principal acusador era o marido, e colocou os documentos de volta em cima da mesa, em forma ordenanda. Então, o Inquisidor virou-se e caminhou lentamente em direção à mulher, mas mantendo um olho sobre o clérigo que tentava desfarçar o quanto estava desconfortavel naquele lugar. O clérigo era um jovem e estava a serviço do Inquisidor a apenas alguns meses e ainda não tinha se acostumado com os horrores que presenciava. Tarek D'Arn chamou-o para seu lado e perguntou: «Na acusação dirigida à esta mulher está escrito claramente que ela fala em línguas desconhecidas durante a noite, e que o dragão negro do pecado foi visto pairando acima de sua casa. O que você acha?»
«Eu, o que devo dizer, excelência? Erm... na verdade...»
«Coragem, meu querido Alibert. Você pode falar livremente.»
O sacerdote limpou a garganta, tentando não entrar em pânico e escolher as palavras com muito cuidado, sabendo que ele poderia por em risco sua própria vida. Então tomou coragem, e disse: «Bem, para ser honesto, parece um pouco extravagante como acusação. A respeito das línguas já ouvi muitas vezes, mas essa questão do dragão, sinceramente ... não saberia dizer.»
O Inquisidor então se virou para a mulher agredida e sorriu. «Você ouviu? Meu clérigo está cético sobre o seu caso, como pode ver, e eu considero muito o ponto de vista dos jovens. Deus usa muitas vezes os jovens como canal privilegiado de comunicação.»
O investigador chegou mais próximo. «Existem condenados nestas masmorras, como você deve saber, que por própria admissão são culpados das coisas das quais são acusados . Estarão caminhando em breve para seus Atos de Fé e não sofrerão mais, porque as torturas cessaram. Mas infelizmente seus corpos foram corrompidos pelo mal e não podem ser deixados para manchar este mundo. Você sabe como se executa um Ato de Fé, certo? Deverão ser decapitados, porquê a alma reside na cabeça, e o corpo deverá ser queimado para não deixar nenhum rastro. No entanto, suas cabeças serão mantidas em um lugar sagrado, de modo que as chamas infernais não possam reivindicar aquelas almas impuras para recruta-las nas filas que desejam ansiosamente fazer a guerra contra o Nosso Senhor quando o fim dos tempos chegarà, como está escrito.»
O Inquisidor fez uma pausa para ter certeza que a mulher o escutava, e continuou: «São almas perdidas ... No entanto, Deus é compassivo e ninguém sabe o que Ele tem guardado para nós, uma vez que se cruze o limiar que conduz para além da carne. Os Textos Sagrados dizem que até mesmo as almas condenadas podem ser resgatados pelo Onipotente, após a morte, e salvas do abismo afim de serem conduzidas para a Verdadeira Luz; por isso é necessário que o Ato de Fé se cumpra, em prol das almas imortais desses pobres irmãos que caíram em pecado. O Ato de Fé é a última esperança deles de evitar os Juízes do Inferno, minha filha, você consegue entender?»
A mulher se forçou a mover a cabeça concordando, e novamente o Inquisidor acariciou sua cabeça coberta de sangue. «Não se deve nunca haver a presunção de conhecer a verdade até que ainda estejamos caminhando sobre esta terra material e limitada. Só Deus sabe o que realmente merecemos e só a Ele pertence o julgamento. O homem simples só precisa ser orientado para não se perder na escuridão, enquanto que o homem sábio, que é sempre oprimido pelas dúvidas, tem mais necessidade do que nunca da Fé para protegê-lo de escolhas perigosas.»
Tarek D'Arn interrompeu-se, como se estivesse recordando algumas lembranças distantes, e depois voltou a si, dando um passo para trás e olhando para a mulher inteira, reduzida num estado verdadeiramente lastimável. «Responda então à minha pergunta» disse o Inquisidor. «Basta que você faça um aceno de cabeça.»
A mulher concordou, sentindo outra pontada de dor atraversa-lhe a coluna vertebral. O Inquisidor juntou as mãos e perguntou: «Você mesma mataria aqueles homens, em nome da Fé?»
A pobrezinha permaneceu imóvel, atordoada, e depois de alguns momentos de reflexão que pareciam-lhe uma eternidade assentiu, aceitando a oferta terrível com a mente lenta e obscurecida pela tortura. O Inquisidor, no entanto, queria ter certeza. «Você matarà aqueles homens?» perguntou de novo.
A mulher acenou com a cabeça novamente.
«Ótimo. Liberem ela» disse Tarek D'Arn, voltando-se para a parede oposta e indicando o pesado machado do carrasco, o mais volumoso e impressionante objeto na sala. «Se é a Fé em Deus que fez você resistir ao interrogatório, a Fé em Deus lhe dará a capacidade de realizar as execuções de hoje em Seu nome. Se você falhar, pelo contrário, significará que eu estava enganado e que não foi o Nosso Senhor que te fez forte nesta masmorra.»
Os grilhões fixados à parede foram abertos, e livre das algemas a mulher caiu no chão em um lamentável monte de ossos e carne rasgada. O clérigo inconscientemente moveu-se para levantá-la do chão, mas o Inquisidor o deteve com um gesto da mão. «Não deve ser ajudada, filho meu, só Deus deve apoiá-la. Se Deus está com ela terá sucesso e fará a sua parte para proteger a Verdadeira Fé.»
O jovem tinha objeções mas decidiu manter -se de boca fechada quando viu o olhar firme sobre ele do Inquisidor. Não se podia nunca saber o que se passava na cabeça daquele homem terrível, capaz de momentos piedosos e quase generosos às vezes, e imediatamente depois crueldades inimagináveis em nome de Deus, o Misericordioso. Mas Alibert era jovem e pensou que ainda não tinha uma compreensão bastante profunda da Fé para poder julgar corretamente o que ele via; assim, então, ficou em silêncio e guardou para si os pensamentos mais humanos que invadiam sua mente.
No final, quem era ele para julgar o trabalho de um grande homem com Tarek D'Arn?
Tarek o Convertido, como alguns o chamavam, o homem de pele negra das províncias mais distantes do império, o homem que tinha sido um guerreiro feroz, um inimigo que, embora mergulhado no pecado e blasfêmia dos infiéis, teve a capacidade de renascer à luz do Verdadeiro Deus. Quem era Alibert para julgar um homem que tinha vindo do nada, da areia, mas cuja fé inabalável o tornou um dos quatro Grandes Inquisidores apesar de suas origens pagãs? Tarek D'Arn era um exemplo vivo do poder de Deus que supera todas as coisas, um poder que pode resgatar e converter, salvar qualquer um que abrace a Fé e demonstre-se digno. O inquisidor era um homem santo, recordou Alibert a si mesmo, e o clérigo não invejava nenhum pouco a terrível responsabilidade que pesava sobre os ombros de Tarek D'Arn, e em seu coração ele sentia pena de seu mentor da expressão impassível quase quanto dos condenados.
Subiram as escadas, desta vez dirigindo-se à saída, porém, para presenciar as execuções programadas na praça. O Inquisidor não pôde deixar de notar a inquietude de seu acólito, e perguntou: «Que tens, meu filho?»
Alibert respondeu espontaneamente, sem ter tempo para refletir, e disse de impulso: «Eu estava pensando naquela mulher, nas condições dela... como poderá decapitar todas aquelas pessoas?»
«Não são mais pessoas» fez notar o Inquisidor. «Voluntariamente aceitaram o pecado e agora não há mais redenção para eles nesta terra. Deverão comparecer na frente do Misericordioso e buscar a salvação além da carne, e aquela mulher irá ajudá-los.»
«Sim, mas ... e se não conseguisse?»
Tarek D'Arn segurou seu braço: «Nesse caso, será necessário também um Ato de Fé para ela.»


L'Impero

Il caldo afoso e l'aria ferma dell'immensa città erano quasi leggendari come il suo nome, che però pochi usavano per l'abitudine di definirla semplicemente il Centro del Mondo. Dalla finestra del suo studio, nei piani superiori del palazzo, il cardinale guardava in silenzio la splendida capitale dell'Impero che ormai dominava quasi tutte le Terre Conosciute e che portava ovunque, insieme alle sue conquiste, la parola dell'Unico Dio, la religione universale: la Vera Fede. Il religioso era solito riflettere con lo sguardo perso sulla vastissima città, spaziando su di essa fin dove gli occhi gli permettevano di arrivare, ben sapendo che comunque non avrebbe potuto vederne la fine. Amava starsene lì, assorto in contemplazione, ma quel giorno si trovava in quella stanza per ben altro fine. 
«Vostra eminenza, è permesso?»
«Entra pure» rispose il cardinale senza nemmeno girarsi, riconoscendo la voce del suo servitore personale.
Il servitore entrò e richiuse la porta dietro di sé, badando a non far rumore. «Il senatore Caer è in attesa, eminenza. Volete riceverlo nella sala delle udienze?»
«Fallo salire.»
«Qui, nello studio?»
Il cardinale si volse con sguardo severo ed il servitore saggiamente non replicò, affrettandosi ad indietreggiare fino alla porta. «Subito eminenza.»
Il senatore Caer era un uomo robusto, in netto contrasto con l'esile figura del cardinale, ma qualunque osservatore già alla prima occhiata non avrebbe avuto dubbi su quale dei due personaggi incutesse più timore e soggezione. Il religioso, con la sua voce atona, invitò il senatore a sedersi al piccolo tavolo dello studio ed il burocrate non se lo fece ripetere. Lo studio del cardinale era semplice, totalmente privo di elementi sfarzosi e oggetti ornamentali, e Caer aveva sempre trovato contraddittoria quella sobrietà quasi ostentata delle alte schiere religiose, uomini talmente potenti che potevano influenzare le decisioni dell’Impero. Ma del resto la Vera Fede era piena di contraddizioni e non era certo questa la più vistosa.
«Vi ringrazio di avermi ricevuto, eminenza. Non vorrei abusare troppo del vostro tempo prezioso, quindi, se non vi dispiace, andrei subito al punto.»
«Non vedo perché dovrebbe dispiacermi. Parlate pure.»
Il cardinale sedette a sua volta ed il giovane statista diede inizio alla conversazione, ignorando lo sguardo caustico e diffidente del suo interlocutore.
«Come ben sapete, l’Impero ha raggiunto ormai proporzioni colossali e ci sono molte provincie che vengono spesso trascurate. La situazione non giova all'Impero e neanche alla Fede.»
«Mi sembrava d’aver capito che volevate saltare i preamboli, senatore.»
«Infatti. Il discorso verte su di una di queste province lontane e mal gestite. Un territorio sotto la responsabilità del senatore Tirus.» 
Caer fece una pausa, riflettendo su quale fosse la maniera più appropriata per presentare l’argomento, infine optò per un approccio diretto e senza fronzoli. «Per quel che riguarda i propri affari Tirus è un uomo abile, ma quando si tratta di servire l’Impero e gestire gli interessi comuni la cosa cambia radicalmente. Ha semplicemente dimostrato di non essere all'altezza del compito, o di disinteressarsene, che è anche peggio. La questione non passa più inosservata e vari membri del Senato ormai manifestano insoddisfazione.»
L'espressione del cardinale era impassibile e rimase tale mentre il senatore continuava a descrivere problemi politici relativi a territori distanti e privi di interesse per l'alto prelato. Caer si chiese se non fosse stato un errore richiedere quell'incontro privato con l'essere scarno ed inquietante che gli stava davanti, ed alla fine si interruppe per rielaborare i pensieri e le nozioni utili.
«Caro senatore» interloquì allora il cardinale, alzandosi dal tavolo e dirigendosi nuovamente alla finestra. Volse volutamente le spalle al burocrate, come a sottointendere che l’argomento non lo riguardava. «La Vera Fede è interessata alle questioni dello spirito, e non ai problemi organizzativi dell'Impero. Sinceramente, non capisco il motivo di questa vostra visita.»
Il senatore però non si fece impressionare. Si era aspettato un atteggiamento del genere: la tipica superiorità sprezzante di quei personaggi avvolti in tonache ariose, che sembravano fare di tutto per risultare sgradevoli. C’era comunque una scappatoia classica in quelle conversazioni, ed era il punto in cui i ragionamenti convergevano sempre. Caer la utilizzò senza indugio. 
«l'Impero è l'espressione della Fede, caro cardinale. Dovunque ci sia l'Impero la Sacra Parola viene diffusa. È quindi anche interesse della Vera Fede che l'Impero prosperi e continui ad espandersi, non siete d'accordo?»
Ma il cardinale non era certo da meno del burocrate e continuò ad ostentare uno sdegnoso disinteresse, con aria palesemente distaccata e con silenzi abilmente calcolati. 
«L'Impero è già molto esteso ed arriva fino ai limiti estremi del mondo civile, del quale le province di cui parlate fanno parte a malapena. Che cosa volete, senatore? Siate più specifico.»
Caer intreccio le dita e vi appoggiò sopra il mento, un gesto che faceva spesso quando cercava di convincere qualcuno e favorire un’atmosfera d’intesa, in situazioni confidenziali ed in tavoli privati simili a quello. Sorrise impercettibilmente, pienamente a suo agio tra le mille finezze della retorica. 
«Per ora posso dirvi che il Senato focalizzerà presto la sua attenzione sulle mancanze del senatore Tirus, in quella provincia dove i problemi sono molteplici. Ad esempio, esiste un fronte di ribelli che agisce indisturbato da anni in quelle terre, facendo danni ed oltraggiando l'Impero con pretese assurde di autonomia. I governatori delle città sono per lo più gli stessi feudatari che già governavano prima dell’occupazione e non sono certo degli estimatori delle direttive imperiali. I tributi non arrivano come dovrebbero ed i controlli sono vaghi. La città di Tarn, che l'Impero ha scelto come capitale di quella provincia, è praticamente ininfluente e mantiene pochissimi contatti con le altre città governative.» 
Caer si protese oltre il bordo del tavolo mentre il cardinale si girava e sosteneva il suo sguardo, la magra figura che si profilava come una lama avvolta nel velluto rosso, stagliata sullo sfondo della gigantesca metropoli incorniciata dalla finestra aperta. Le due acute personalità cercavano di prevalere durante ognuno di quei brevi silenzi carichi di tensione, i momenti fugaci in cui entrambi riflettevano in fretta su quel che sarebbe stato più conveniente dire, o tacere. 
«L’elenco potrebbe continuare» concluse infine Caer «ma la sostanza è semplice, eminenza: la mano dell'Impero è debole al nord, e lo stesso vale per la Fede.» 
Il burocrate tornò ad abbandonarsi sullo schienale della sedia, ed aggiunse: «forse non è abbastanza specifico?»
Il cardinale non accolse la provocazione e si limitò ad annuire, con aria vaga. «Ho già sentito di questa insolita questione dei ribelli, nella provincia che voi dite. Dei contadini che non erano in grado nemmeno di dar fastidio ad una singola città e che ora, non si sa come, riescono ad impensierire un intero territorio assoggettato. Una preoccupazione da discutere addirittura in Senato, da quel che mi dite.» 
Il religioso fece una pausa, come per sottolineare le ultime parole, poi si volse nuovamente verso il paesaggio mozzafiato oltre la finestra. «Non vi pare curioso tutto questo, senatore? In effetti sembra che negli ultimi anni si siano organizzati bene, questi ribelli: ben nascosti, ben equipaggiati. Ha quasi del miracoloso.»
«È quel che sembrerebbe» rispose Caer in tono evasivo. 
Il cardinale rimase in silenzio per alcuni momenti ancora, osservando il panorama; infine chiuse la finestra e si diresse verso il suo ospite, muovendosi intorno al tavolo come se fosse stato privo di peso, accompagnato solamente da un lieve frusciare di vesti che sembravano fluttuare per la stanza. Ostentando un sorriso enigmatico si portò al fianco del burocrate e gli sussurrò: «come vi ho detto prima, senatore, la Vera Fede è interessata solamente alle questioni spirituali. Cionondimeno, la Chiesa non è sorda al mondo esterno, anzi: sa ascoltare ed interpretare con molta efficienza le informazioni che girano… anche quelle mormorate a bassa voce.» Pronunciò le ultime parole quasi all’orecchio di Caer, con un tono carico di sottintesi.
«Mi stupirei del contrario» commentò allora lo statista, cercando di sdrammatizzare. «Non è certo un mistero che l’udito del Patriarca sia molto fine e riesca ad arrivare fino al Senato, o dentro al palazzo dell'Imperatore stesso.» 
Il cardinale sorrise nuovamente, ma con aria maligna questa volta. «E dovreste rallegrarvi, soprattutto voi, che l’udito sia fine e la loquacità limitata. Ma non è il caso di scomodare il Santo Patriarca in questa conversazione.»
«Non lo scomoderemo di certo» ne convenne Caer. Soppesò ancora per un attimo il loro colloquio, e poi concluse: «Quando la questione al nord verrà portata all’attenzione del Senato saranno presi dei provvedimenti. Vorrei sperare che, nel momento in cui questo succederà, la Fede potrà essermi di supporto, e non intendo solamente in materia spirituale. Considerate anche che la provincia della quale parliamo si trova al confine ultimo dell'Impero e, come avete detto voi, sono terre civili a malapena. La loro fede andrebbe rafforzata.»
«Se non erro, la Sacra Dottrina è già all’opera come di consueto e senza problemi al nord, anche nei luoghi più lontani. La Fede è ben protetta e ben rappresentata, per quel che ne so» replicò il prelato in abiti rossi.
«Potrebbe esserlo meglio, ve lo garantisco. Molto meglio» fece notare Caer. «Oltre le montagne ci sono poi numerose tribù che si trovano ancora immerse nelle tristi miserie del peccato e che non meritano di essere dimenticate dal Patriarca compassionevole. Se le province al nord fossero gestite a dovere, e se poi l'Impero si espandesse oltre, sarebbe senza dubbio un bene per la Fede. Si potrebbe portare la Sacra Parola in molte terre abbandonate da Dio, redimere quei popoli barbari e mostrargli la retta via.»
«Non esistono terre abbandonate da Dio, senatore. Esistono solamente terre in attesa della Parola, così come è scritto. Dubitate forse dei Testi Sacri?»
Il burocrate assunse un'espressione innocente, fingendosi addolorato ed offeso. «Mai ne dubiterei!» decretò subito. «Per questo mi preoccupo per quelle terre che aspettano con ansia di essere liberate dalle tenebre pagane in cui si trovano. Vogliamo lasciarle ad aspettare ancora a lungo, mi chiedo io?»
Rise di gusto delle sue ultime parole ed il cardinale, suo malgrado, non resistette e rise a sua volta. Si ricompose subito però, conscio del precetto secondo il quale la risata non si addice ai religiosi del suo rango.
«Molto bene, senatore Caer. Quel che posso dirvi è solamente che la Fede appoggia sempre coloro che si impegnano per diffonderla, quindi potete stare tranquillo su quest'aspetto della faccenda. Per il resto, vi do solamente un consiglio: non sottovalutate il senatore Tirus, e fate molta attenzione a come vi muovete poiché le voci si diffondono rapidamente e non è certo un mistero che all'interno del Senato ci sia più d'uno che avrebbe da guadagnarci se Tirus cadesse in disgrazia. Non vorrete certo che pensino male di voi, voglio sperare.»
«Ovviamente» ne convenne Caer, con una smorfia sdegnata e teatrale che fece sorridere ancora il religioso.
«L'intelligenza è un dono dell’Unico Dio, ma la saggezza viene dall'esperienza degli uomini ed è ugualmente preziosa. Non dimenticatelo mai» sentenziò quindi il cardinale, appoggiando la mano sulla spalla del giovane statista. 
Caer accennò un inchino abbassando il capo. «Vi ringrazio come sempre per le parole illuminate, vostra eminenza. Purtroppo non credo che ci incontreremo di nuovo prima della mia prossima confessione alla cattedrale, ma farò in modo che abbiate mie notizie a breve.»
«Le avrei avute comunque, con o senza il vostro interessamento.» 
Il cardinale fece un paio di passi indietro e porse la mano, con gesto noncurante. Caer si affrettò ad alzarsi dalla sedia e si inginocchiò, baciando l'anello con l'emblema sacro. 
«State facendo un gioco pericoloso, senatore. Mi auguro che sappiate in che cosa vi state cacciando» gli sussurrò l’alto prelato. Il burocrate fece per ribattere ma venne bruscamente interrotto dal saluto del religioso: «che la pace vi accompagni.»
Caer rimase in silenzio per un attimo, poi si alzò e rispose: «che ci accompagni tutti, eminenza.» Dopodiché si voltò e prese congedo.


La Rete

Il pomeriggio era abbastanza caldo nonostante l'inverno fosse ormai alle porte, e Glenn sapeva che avrebbe dovuto approfittare di quelle ultime giornate prima che il tempo fosse peggiorato inesorabilmente. Seduto su una pietra liscia osservava il volo degli uccelli che passavano bassi, fin quasi a sfiorare l'acqua del ruscello, e poi risalivano oltre le cime degli alberi per scomparire temporaneamente alla vista, nascosti dalle fronde. Tornavano, si abbassavano e scomparivano nuovamente, come in una danza irrequieta.
«Ho sentito dire che osservate il volo degli uccelli, ne leggete gli schemi per interpretare eventi futuri. È così?»
L'uomo, poco lontano, non rispose, intento com'era a preparare il fuoco che di lì a poco avrebbe acceso per riscaldare la sera che già si avvicinava. «L'unica cosa che leggo dallo schema che stai osservando tu ora è che c'è aria di pioggia, e faremmo meglio a coprirci bene stanotte.»
Glenn sorrise, sarcastico come d'abitudine. «Questo lo sapevo anch'io. Pensavo però che avresti dato una risposta con un sapore un po' più "mistico", a dire il vero.»
L'uomo sorrise a sua volta, finendo di collocare gli utimi ceppi all'interno della buca per il falò. «Tutto quanto fa parte dello stesso schema, ragazzo, ma non tutto è misterioso e necessita d'acuta osservazione. Molte cose del mondo sono comunemente conosciute, ed altre invece no. Quelle che si conoscono poco, che si percepiscono meno, forse hanno il sapore che dici tu.»
Glenn rimase a sedere sulla sponda del ruscello e poco dopo l'uomo ammantato di scuro venne a sederglisi accanto, sulla pietra liscia che toccava l'acqua.
«Ho fatto un sogno strano, ieri notte» esordì il giovane. «Non è una novità, ma ultimamente mi capita più spesso del solito. Magari c'è qualche schema che mi sfugge, chi lo sa?»
L'uomo si accese la pipa cesellata, con calma, ascoltando il ragazzo. «I sogni sono un argomento interessante» disse solamente, poi si concesse alcuni attimi di pausa per assaporare alcune boccate di fumo dolciastro. Non prestò molta attenzione al piccolo Ravel che si stava arrampicando sul suo mantello scuro, accoccolandosi poi sulla sua spalla come faceva sempre. L'animaletto non sembrava affatto infastidito dal fumo e di lì a poco chiuse i grandi occhi scuri e sferici, rimanendo immobile.
«Ricordi quando ti parlai della Rete? Quando ti dissi che le sue fibre attraversano ogni cosa, noi compresi?»
Il ragazzo annuì. «Lo trovo un concetto pittoresco, molto d'effetto. Forse un po' troppo fantasioso, ma apprezzabile.»
L'uomo non si offese, ben sapendo che la visione del mondo di cui parlava era qualcosa di insolito ormai, in quell'epoca impregnata delle verità assolute e delle negazioni della Vera Fede. Tirò un'altra boccata di fumo dolciastro e si concesse una pausa per assaporarlo a dovere.
«La Rete non è un concetto astratto» disse poi. «È visibile e tangibile più di quanto tu creda. I sogni fanno anche loro parte della Rete, come tutto quanto, quindi hanno la loro utilità. Non vanno sottovalutati.»
«Spero che ora tu non te ne esca con l'idea bizzarra che i sogni ci rivelano il futuro, o cose del genere, perché non ho neanche una moneta da darti, tu non sei vestito da mago e non siamo in una fiera, quindi mi pare alquanto fuori luogo.» 
La risata di Glenn era così contagiosa che anche l'uomo rise con lui. Cominciava a sospettare che il giovane accennasse spesso alla Rete solamente per il piacere di tirar fuori la storiella dei maghi e delle fiere. Nonostante il sarcasmo, però, lui sapeva bene che Glenn ascoltava con interesse ogni parola, anche se cercava di non darlo a vedere. Era inoltre pienamente consapevole di avere il potere di far cessare l'incredulità del ragazzo in qualsiasi momento, se solo lo avesse voluto, quindi si limitò a fumare tranquillamente la sua mistura d'erbe con l'espressione divertita che assumeva di solito quando conversavano di quegli argomenti.
«A differenza dei sogni, il futuro è un concetto abbastanza vago, sul quale ci sarebbe da discutere» osservò poi con noncuranza, già aspettandosi che il giovane trovasse il modo di minimizzare e contraddire anche quell'affermazione.
«Dubito molto che i sogni possano rivelare qualcosa di utile» disse invece Glenn, tornando al discorso iniziale con inaspettata serietà. «Mi sembrano più una specie di riflesso dei nostri desideri, o delle nostre paure; credo sia probabile che nei sogni vediamo quello che desideriamo vedere, o che temiamo che accada. A volte sogno di parlare con qualcuno che è morto da tempo, oppure corro via da qualcosa di imprecisato, o sono incalzato da nemici invulnerabili che scompaiono sempre poco prima di finirmi, quando mi sveglio e li abbandono lì, tra le nebbie del sonno. Molti sogni sono comuni, ricorrenti, li fanno più o meno tutti quanti, quindi non penso che ci sia granché di importante in immagini di questo tipo. Non escludo tuttavia che ci possa essere qualcosa di insolito, a volte, che...»
Si interruppe, come cercando di trovare le parole giuste per spiegare qualcosa di importante, ma poi disse solamente: «i sogni sono qualcosa su cui rifletto spesso.»
L'uomo ascoltò tutto il ragionamento, ricaricò la pipa e si rivolse al ragazzo solo quando vide che non avrebbe aggiunto nient'altro.
«Concordo in parte» gli disse allora. «Ma, come ti ho detto altre volte, il mondo in cui ci troviamo ora non è l'unico piano dell'esistenza possibile. Ne esistono innumerevoli, forse infiniti, e tutti sono legati insieme dalle fibre della Rete, uniti in un'unica realtà che io chiamo il Tutto, ma che tu puoi chiamare come vuoi, se ti fa piacere affibbiargli un nome differente. Ogni granello di polvere, ogni avvenimento, ogni pensiero è legato a tutto il resto, ed ha senso esattamente per via di questo legame. Il concetto di tempo è molto relativo in tutto questo, e la maggior parte delle volte si perde tra le fibre in maniera imprevedibile. Quello che è importante, però, è che a volte si possono individuare dei collegamenti tra un punto e l'altro della Rete, ed è questo ciò che sostanzialmente ci interessa.»
L'uomo in scuro indicò quindi uno dei rami che galleggiavano nel ruscello, e che scivolava lentamente trasportato dalla corrente. «Secondo te qual'è l'inizio di quel ramo, e qual'è la fine?»
Glenn rimase in silenzio, senza capire bene che cosa l'uomo intendesse chiedergli. Questi allora tracciò con il dito una linea sul terriccio umido, e nuovamente domandò: «qual'è l'inizio, e qual'è la fine?»
Glenn azzardò: «l'inizio è qui a sinistra, dove hai cominciato a tracciarla.»
«Avrei potuto iniziare da destra, però, e la linea sarebbe apparsa sempre allo stesso modo.»
«Certo, ma non capisco dove vuoi arrivare con questi esempi.»
«È facile. Immagina che quel ramo, oppure questa linea, siano il tempo. Quel che succede prima e quel che succede dopo è un concetto relativo: dipende dal punto d'osservazione, ossia da dove noi cominciamo a guardare, e verso quale direzione. Sei d'accordo?»
Glenn annuì, ma non ne era molto convinto. «Direi che è un'altro dei tuoi concetti pittoreschi, senza dubbio, ma continuo a non capire quale sia il nocciolo del discorso.»
«Non capisci perché cerchi sempre le risposte complicate e non vedi quelle semplici. Ti ho detto che il tempo è come quel ramo, ed anche le fibre della Rete sono come quel ramo. La Rete attraversa tutti i mondi; dove inizia e dove finisce non ha senso domandarselo, così come il "prima" ed il "dopo" non hanno senso nella Rete. Dipende dal punto in cui ti trovi.»
Glenn inarcò un sopracciglio ma non replicò, e l'uomo concluse: «vedi ragazzo, non è possibile neanche lontanamente immaginare la Rete poiché essa è talmente grande che la nostra mente non riesce a concepirla. Quel che possiamo fare, però, è individuare alcune fibre tra quelle più vicine, e partendo da un punto cercare di vedere a quali collegamenti ci porta. La Rete è la nostra guida poiché ogni cosa che accade nel Tutto la fa vibrare, e queste vibrazioni ci indicano molte cose, e ci danno informazioni preziose.»
«D'accordo, ma... questo che cosa c'entra con il discorso sui sogni ed il loro significato?»
L'uomo sorrise. «Quando dormiamo la nostra essenza si avvicina spesso ad altri piani d'esistenza, molto più facilmente di quando siamo svegli» spiegò. «Il corpo è a riposo ed il nostro spirito si concentra solo su sé stesso, si muove più liberamente. A volte ci troviamo a seguire delle fibre che ci portano a sfiorare mondi differenti, ci permettono di vedere qualcosa di cui poi ci ricordiamo al risveglio, oppure no. Spesso possiamo scorgere realtà alternative, dove le cose sono andate diversamente da quelle che ricordiamo. Anche il mondo delle ipotesi fa parte della Rete, come tutte le possibili scelte che potremmo fare. Sono mondi anche quelli, che la Rete attraversa come fa con tutti agli innumerevoli altri.»
«Be', sono mondi inutili però» ribatté Glenn. «Se dico che ho immaginato una cosa inesistente ed è una mia fantasia, oppure dico che esiste, ma si trova in un mondo separato e lontano dal mio, che differenza c'è? Quale che sia la visione scelta, un sogno rimarrà pur sempre un qualcosa che non mi appartiene direttamente, che non si verifica nella mia vita e quindi non ha alcuna utilità.»
«Se è utile oppure no, dipende da te. Ogni informazione, ogni immagine ha sempre la sua utilità, se si riflette bene su ciò che si vede. Tra l'altro, anche l'immaginazione è un mondo che fa parte della Rete, ed anche quello è come tutti gli altri.»
«E tu come fai a saperlo?» sbottò infine il ragazzo, indispettito. «Intendo dire: la tua prospettiva è molto più affascinante del panorama pieno di demoni e punizioni della Vera Fede, questo te lo concedo... ma è pur sempre una tua visione delle cose, una fede anche questa. Chi ti dice che le cose siano davvero come la vedi tu, e che invece dei vari inferni e del fuoco eterno ci sia la Rete, i mondi spirituali e via dicendo? Non è possibile saperlo per certo, si può solamente...»
«Lo so perché l'ho visto.»
«Nei tuoi sogni?» rimbeccò subito Glenn, sarcastico.
«Anche da sveglio.»
Glenn inarcò nuovamente il sopracciglio e l'uomo parve estraniarsi dalla conversazione per qualche istante, poi aggiunse: «della Vera Fede non ne so molto; forse anche loro hanno le proprie maniere di percepire il Tutto, ma non è questo il punto. La Rete esiste, ed anche il mondo dello spirito e tutti gli altri. Io ci sono stato, in più di uno.» Lanciò un'occhiata significativa al ragazzo perplesso, e concluse: «puoi andarci anche tu se lo desideri, ma ti avverto: quando si dorme il tuo spirito non è totalmente libero, viaggia in maniera differente, parzialmente, ed il pericolo è minore. Quando sei cosciente, però, è tutta un'altra cosa.»
Glenn storse il naso all'udire quelle ultime affermazioni. «Mi stai dicendo che si può viaggiare con l'anima fuori dal corpo, tipo trasformarsi in fantasma, e roba simile? L'ho risentita anche questa, e sempre dai maghi nelle fiere.»
L'uomo sorrise. «Ti sto solo ripetendo ciò che ti ho detto fin dall'inizio: è possibile seguire le fibre della Rete ed arrivare in luoghi che nemmeno immagini... e credo che nemmeno i ciarlatani nelle fiere se li immaginerebbero, te lo assicuro. Per fare questo, però, non basta solamente la consapevolezza del Tutto: bisogna andare a caccia per essere forti a sufficienza.»
«A caccia?»
L'uomo ammantato di scuro si alzò, lasciando cadere la domanda e dirigendosi nuovamente verso la buca per il fuoco, con il piccolo Ravel ancora appollaiato sulla spalla e incurante di tutto. L'aria si era rinfrescata e la nottata sarebbe stata fredda sicuramente. Il fuoco era l'unica soluzione, già che non avevano nessun tipo di riparo e disponevano solamente di un paio di coperte da viaggio ed un bagaglio leggero ridotto all'essenziale.
«A caccia, hai detto?» insistette Glenn, perplesso.
L'uomo appariva ora come una maschera indecifrabile, mentre le scintille brillavano sulla paglia e le ombre danzavano sul suo volto scarno. «A caccia di energia, ragazzo. Ma questo è un discorso che faremo un'altra volta.»