La Rete

Il pomeriggio era abbastanza caldo nonostante l'inverno fosse ormai alle porte, e Glenn sapeva che avrebbe dovuto approfittare di quelle ultime giornate prima che il tempo fosse peggiorato inesorabilmente. Seduto su una pietra liscia osservava il volo degli uccelli che passavano bassi, fin quasi a sfiorare l'acqua del ruscello, e poi risalivano oltre le cime degli alberi per scomparire temporaneamente alla vista, nascosti dalle fronde. Tornavano, si abbassavano e scomparivano nuovamente, come in una danza irrequieta.
«Ho sentito dire che osservate il volo degli uccelli, ne leggete gli schemi per interpretare eventi futuri. È così?»
L'uomo, poco lontano, non rispose, intento com'era a preparare il fuoco che di lì a poco avrebbe acceso per riscaldare la sera che già si avvicinava. «L'unica cosa che leggo dallo schema che stai osservando tu ora è che c'è aria di pioggia, e faremmo meglio a coprirci bene stanotte.»
Glenn sorrise, sarcastico come d'abitudine. «Questo lo sapevo anch'io. Pensavo però che avresti dato una risposta con un sapore un po' più "mistico", a dire il vero.»
L'uomo sorrise a sua volta, finendo di collocare gli utimi ceppi all'interno della buca per il falò. «Tutto quanto fa parte dello stesso schema, ragazzo, ma non tutto è misterioso e necessita d'acuta osservazione. Molte cose del mondo sono comunemente conosciute, ed altre invece no. Quelle che si conoscono poco, che si percepiscono meno, forse hanno il sapore che dici tu.»
Glenn rimase a sedere sulla sponda del ruscello e poco dopo l'uomo ammantato di scuro venne a sederglisi accanto, sulla pietra liscia che toccava l'acqua.
«Ho fatto un sogno strano, ieri notte» esordì il giovane. «Non è una novità, ma ultimamente mi capita più spesso del solito. Magari c'è qualche schema che mi sfugge, chi lo sa?»
L'uomo si accese la pipa cesellata, con calma, ascoltando il ragazzo. «I sogni sono un argomento interessante» disse solamente, poi si concesse alcuni attimi di pausa per assaporare alcune boccate di fumo dolciastro. Non prestò molta attenzione al piccolo Ravel che si stava arrampicando sul suo mantello scuro, accoccolandosi poi sulla sua spalla come faceva sempre. L'animaletto non sembrava affatto infastidito dal fumo e di lì a poco chiuse i grandi occhi scuri e sferici, rimanendo immobile.
«Ricordi quando ti parlai della Rete? Quando ti dissi che le sue fibre attraversano ogni cosa, noi compresi?»
Il ragazzo annuì. «Lo trovo un concetto pittoresco, molto d'effetto. Forse un po' troppo fantasioso, ma apprezzabile.»
L'uomo non si offese, ben sapendo che la visione del mondo di cui parlava era qualcosa di insolito ormai, in quell'epoca impregnata delle verità assolute e delle negazioni della Vera Fede. Tirò un'altra boccata di fumo dolciastro e si concesse una pausa per assaporarlo a dovere.
«La Rete non è un concetto astratto» disse poi. «È visibile e tangibile più di quanto tu creda. I sogni fanno anche loro parte della Rete, come tutto quanto, quindi hanno la loro utilità. Non vanno sottovalutati.»
«Spero che ora tu non te ne esca con l'idea bizzarra che i sogni ci rivelano il futuro, o cose del genere, perché non ho neanche una moneta da darti, tu non sei vestito da mago e non siamo in una fiera, quindi mi pare alquanto fuori luogo.» 
La risata di Glenn era così contagiosa che anche l'uomo rise con lui. Cominciava a sospettare che il giovane accennasse spesso alla Rete solamente per il piacere di tirar fuori la storiella dei maghi e delle fiere. Nonostante il sarcasmo, però, lui sapeva bene che Glenn ascoltava con interesse ogni parola, anche se cercava di non darlo a vedere. Era inoltre pienamente consapevole di avere il potere di far cessare l'incredulità del ragazzo in qualsiasi momento, se solo lo avesse voluto, quindi si limitò a fumare tranquillamente la sua mistura d'erbe con l'espressione divertita che assumeva di solito quando conversavano di quegli argomenti.
«A differenza dei sogni, il futuro è un concetto abbastanza vago, sul quale ci sarebbe da discutere» osservò poi con noncuranza, già aspettandosi che il giovane trovasse il modo di minimizzare e contraddire anche quell'affermazione.
«Dubito molto che i sogni possano rivelare qualcosa di utile» disse invece Glenn, tornando al discorso iniziale con inaspettata serietà. «Mi sembrano più una specie di riflesso dei nostri desideri, o delle nostre paure; credo sia probabile che nei sogni vediamo quello che desideriamo vedere, o che temiamo che accada. A volte sogno di parlare con qualcuno che è morto da tempo, oppure corro via da qualcosa di imprecisato, o sono incalzato da nemici invulnerabili che scompaiono sempre poco prima di finirmi, quando mi sveglio e li abbandono lì, tra le nebbie del sonno. Molti sogni sono comuni, ricorrenti, li fanno più o meno tutti quanti, quindi non penso che ci sia granché di importante in immagini di questo tipo. Non escludo tuttavia che ci possa essere qualcosa di insolito, a volte, che...»
Si interruppe, come cercando di trovare le parole giuste per spiegare qualcosa di importante, ma poi disse solamente: «i sogni sono qualcosa su cui rifletto spesso.»
L'uomo ascoltò tutto il ragionamento, ricaricò la pipa e si rivolse al ragazzo solo quando vide che non avrebbe aggiunto nient'altro.
«Concordo in parte» gli disse allora. «Ma, come ti ho detto altre volte, il mondo in cui ci troviamo ora non è l'unico piano dell'esistenza possibile. Ne esistono innumerevoli, forse infiniti, e tutti sono legati insieme dalle fibre della Rete, uniti in un'unica realtà che io chiamo il Tutto, ma che tu puoi chiamare come vuoi, se ti fa piacere affibbiargli un nome differente. Ogni granello di polvere, ogni avvenimento, ogni pensiero è legato a tutto il resto, ed ha senso esattamente per via di questo legame. Il concetto di tempo è molto relativo in tutto questo, e la maggior parte delle volte si perde tra le fibre in maniera imprevedibile. Quello che è importante, però, è che a volte si possono individuare dei collegamenti tra un punto e l'altro della Rete, ed è questo ciò che sostanzialmente ci interessa.»
L'uomo in scuro indicò quindi uno dei rami che galleggiavano nel ruscello, e che scivolava lentamente trasportato dalla corrente. «Secondo te qual'è l'inizio di quel ramo, e qual'è la fine?»
Glenn rimase in silenzio, senza capire bene che cosa l'uomo intendesse chiedergli. Questi allora tracciò con il dito una linea sul terriccio umido, e nuovamente domandò: «qual'è l'inizio, e qual'è la fine?»
Glenn azzardò: «l'inizio è qui a sinistra, dove hai cominciato a tracciarla.»
«Avrei potuto iniziare da destra, però, e la linea sarebbe apparsa sempre allo stesso modo.»
«Certo, ma non capisco dove vuoi arrivare con questi esempi.»
«È facile. Immagina che quel ramo, oppure questa linea, siano il tempo. Quel che succede prima e quel che succede dopo è un concetto relativo: dipende dal punto d'osservazione, ossia da dove noi cominciamo a guardare, e verso quale direzione. Sei d'accordo?»
Glenn annuì, ma non ne era molto convinto. «Direi che è un'altro dei tuoi concetti pittoreschi, senza dubbio, ma continuo a non capire quale sia il nocciolo del discorso.»
«Non capisci perché cerchi sempre le risposte complicate e non vedi quelle semplici. Ti ho detto che il tempo è come quel ramo, ed anche le fibre della Rete sono come quel ramo. La Rete attraversa tutti i mondi; dove inizia e dove finisce non ha senso domandarselo, così come il "prima" ed il "dopo" non hanno senso nella Rete. Dipende dal punto in cui ti trovi.»
Glenn inarcò un sopracciglio ma non replicò, e l'uomo concluse: «vedi ragazzo, non è possibile neanche lontanamente immaginare la Rete poiché essa è talmente grande che la nostra mente non riesce a concepirla. Quel che possiamo fare, però, è individuare alcune fibre tra quelle più vicine, e partendo da un punto cercare di vedere a quali collegamenti ci porta. La Rete è la nostra guida poiché ogni cosa che accade nel Tutto la fa vibrare, e queste vibrazioni ci indicano molte cose, e ci danno informazioni preziose.»
«D'accordo, ma... questo che cosa c'entra con il discorso sui sogni ed il loro significato?»
L'uomo sorrise. «Quando dormiamo la nostra essenza si avvicina spesso ad altri piani d'esistenza, molto più facilmente di quando siamo svegli» spiegò. «Il corpo è a riposo ed il nostro spirito si concentra solo su sé stesso, si muove più liberamente. A volte ci troviamo a seguire delle fibre che ci portano a sfiorare mondi differenti, ci permettono di vedere qualcosa di cui poi ci ricordiamo al risveglio, oppure no. Spesso possiamo scorgere realtà alternative, dove le cose sono andate diversamente da quelle che ricordiamo. Anche il mondo delle ipotesi fa parte della Rete, come tutte le possibili scelte che potremmo fare. Sono mondi anche quelli, che la Rete attraversa come fa con tutti agli innumerevoli altri.»
«Be', sono mondi inutili però» ribatté Glenn. «Se dico che ho immaginato una cosa inesistente ed è una mia fantasia, oppure dico che esiste, ma si trova in un mondo separato e lontano dal mio, che differenza c'è? Quale che sia la visione scelta, un sogno rimarrà pur sempre un qualcosa che non mi appartiene direttamente, che non si verifica nella mia vita e quindi non ha alcuna utilità.»
«Se è utile oppure no, dipende da te. Ogni informazione, ogni immagine ha sempre la sua utilità, se si riflette bene su ciò che si vede. Tra l'altro, anche l'immaginazione è un mondo che fa parte della Rete, ed anche quello è come tutti gli altri.»
«E tu come fai a saperlo?» sbottò infine il ragazzo, indispettito. «Intendo dire: la tua prospettiva è molto più affascinante del panorama pieno di demoni e punizioni della Vera Fede, questo te lo concedo... ma è pur sempre una tua visione delle cose, una fede anche questa. Chi ti dice che le cose siano davvero come la vedi tu, e che invece dei vari inferni e del fuoco eterno ci sia la Rete, i mondi spirituali e via dicendo? Non è possibile saperlo per certo, si può solamente...»
«Lo so perché l'ho visto.»
«Nei tuoi sogni?» rimbeccò subito Glenn, sarcastico.
«Anche da sveglio.»
Glenn inarcò nuovamente il sopracciglio e l'uomo parve estraniarsi dalla conversazione per qualche istante, poi aggiunse: «della Vera Fede non ne so molto; forse anche loro hanno le proprie maniere di percepire il Tutto, ma non è questo il punto. La Rete esiste, ed anche il mondo dello spirito e tutti gli altri. Io ci sono stato, in più di uno.» Lanciò un'occhiata significativa al ragazzo perplesso, e concluse: «puoi andarci anche tu se lo desideri, ma ti avverto: quando si dorme il tuo spirito non è totalmente libero, viaggia in maniera differente, parzialmente, ed il pericolo è minore. Quando sei cosciente, però, è tutta un'altra cosa.»
Glenn storse il naso all'udire quelle ultime affermazioni. «Mi stai dicendo che si può viaggiare con l'anima fuori dal corpo, tipo trasformarsi in fantasma, e roba simile? L'ho risentita anche questa, e sempre dai maghi nelle fiere.»
L'uomo sorrise. «Ti sto solo ripetendo ciò che ti ho detto fin dall'inizio: è possibile seguire le fibre della Rete ed arrivare in luoghi che nemmeno immagini... e credo che nemmeno i ciarlatani nelle fiere se li immaginerebbero, te lo assicuro. Per fare questo, però, non basta solamente la consapevolezza del Tutto: bisogna andare a caccia per essere forti a sufficienza.»
«A caccia?»
L'uomo ammantato di scuro si alzò, lasciando cadere la domanda e dirigendosi nuovamente verso la buca per il fuoco, con il piccolo Ravel ancora appollaiato sulla spalla e incurante di tutto. L'aria si era rinfrescata e la nottata sarebbe stata fredda sicuramente. Il fuoco era l'unica soluzione, già che non avevano nessun tipo di riparo e disponevano solamente di un paio di coperte da viaggio ed un bagaglio leggero ridotto all'essenziale.
«A caccia, hai detto?» insistette Glenn, perplesso.
L'uomo appariva ora come una maschera indecifrabile, mentre le scintille brillavano sulla paglia e le ombre danzavano sul suo volto scarno. «A caccia di energia, ragazzo. Ma questo è un discorso che faremo un'altra volta.»


Il maestro d'armi

La taverna era quasi vuota poiché le luci del giorno non si erano ancora affievolite e la gente che aveva intenzione di cenare a quell'ora si contava su una sola mano. Un forestiero però era già seduto al tavolo che si era scelto appena entrato, leggermente isolato, in un angolo a ridosso della parete vicino alla porta d'ingresso. Una spada sottile chiusa nel fodero era appoggiata al muro vicino a lui, ed un lungo pugnale dalla foggia simile gli pendeva al fianco, allacciato in piena vista. Lo zaino da viaggio era appoggiato a terra ed aveva l'aria di aver già visto molte cose, come del resto anche il suo possessore, il cui sguardo pareva osservare e soppesare tutto, forte dell'esperienza del mondo. 
La cameriera, una ragazza di forse vent'anni, si avvicinò al cliente in attesa soppesando anche lei a proprio modo. Doveva aver superato da poco la trentina, pensò la ragazza, e vestiva in maniera differente dagli avventori abituali. La pelle, i capelli, i lineamenti erano anch'essi differenti da quelli della gente del nord e la ragazza non seppe identificarli. Non aveva mai visto uomini provenienti da altre province dell'Impero e quindi era comprensibile. L'unica cosa che saltava agli occhi di lei era il bell'aspetto e la forma atletica di quell'individuo fuori dal comune, e questo le bastava. Sorrise, e cercò la maniera di non deluderlo con l'inconveniente che si era creato.
«Il cuoco ha detto che gli dispiace moltissimo, ma non sa cucinare quello che avete chiesto, signore. Però posso portarvi dell'ottima carne arrosto, la stiamo preparando proprio adesso. A detta di molti è il miglior arrosto di Tarn... che ne dite?»
Il viaggiatore la guardò senza dare troppo peso alla cosa. «Se è il miglior arrosto della città, come potrei rifiutare? Vada per la carne, allora.»
«Perfetto! Sarà pronta in un baleno!» La ragazza si sentì sollevata e si diresse di nuovo verso la cucina mentre il forestiero intrecciava le mani sul tavolo e tornava ad attendere. Ne approfittò per far scorrere nuovamente lo sguardo in giro per il locale, con fare meccanico ed esperto come chi è abituato a controllare di continuo gli ambienti in cui si trova. La taverna era spaziosa e ben tenuta, con panche di legno e tavoli disposti in maniera ordinata, lampade ad olio ancora spente ed un grande candeliere sospeso al centro della sala - un grande cerchio di ferro battuto ancorato al soffitto che dava l'idea di essere pesante e poco usato, forse solo una decorazione - posizionato proprio al di sopra delle teste dei quattro avventori che erano entrati in quel momento e si erano diretti ai tavoli centrali, esattamente quelli che lo straniero evitava sempre. Le ultime ore di luce serale entravano dalle finestre come lunghe lame diagonali e facevano risaltare i minuscoli granelli di polvere sospesi al loro interno, che fluttuavano nell'aria come piccoli pesci irrequieti.  
Il piattò apparve quasi nello stesso momento in cui un soldato di mezza età e dai baffi brizzolati apriva la porta del locale ed entrava con aria circospetta, estremamente fuori luogo in alta uniforme e con l'elmo sottobraccio. Si guardò intorno ed individuò in pochi istanti la persona che cercava.
«Sono forse in ritardo?» chiese l'ufficiale avvicinandosi al tavolo dello straniero. 
«Nient'affatto. Accomodatevi.»
L'ufficiale si lisciò i folti baffi, sedendosi. «La carne è ottima qui, dicono che...»
«Il miglior arrosto di Tarn, si, ho sentito. La cena la pagate voi, se non vi spiace.»
Il soldato ignorò il sarcasmo. «Mi pare giusto. Dopotutto sono io che vi ho invitato e l'etichetta va sempre rispettata» rispose senza scomporsi.
«Vorrete perdonarmi se comincio senza di voi comandante, ma sono in giro per la città da stamattina e non ho ancora toccato cibo. Se volete favorire, comunque, servitevi pure.»
«Non ho intenzione di cenare ora, quindi mangiate tranquillamente senza di me. A dire il vero ho poco tempo e vorrei andare dritto al punto della questione.» 
«Sono tutto orecchi.»  
Il forestiero cominciò a mangiare, poi senza guardare il suo interlocutore aggiunse: «mi sembrate a disagio, però. Qualcosa non va?»
Il comandante abbassò la voce, guardandosi intorno. «Questa non è una conversazione ufficiale, e l'uniforme che ho indosso dovrebbe già dirvi che non dovrei trovarmi qui con voi, in una taverna, se è che mi capite. Volevo però essere il primo con il quale scambierete due chiacchiere, così vi ho mandato a chiamare da un uomo di fiducia prima che lo facesse qualcun altro. La questione mi sta abbastanza a cuore.»
«Capisco. Siete un nemico delle sorprese, in sostanza.»
«Più o meno questo. In verità sono qui per facilitarvi le cose. Ascoltate e poi decidete da voi se non ho ragione.» Il comandante si accomodò sulla sedia e si abbandonò sullo schienale con lo sguardo fisso nel vuoto, scegliendo le parole da dire.
«Per farla breve, la situazione è la seguente. Il reggente ha da tempo espresso il desiderio di far educare suo figlio da maestri rinomati in varie discipline, e lo sta già facendo. Vuole anche farlo addestrare nella scherma, e non è certo un mistero che voi siate uno dei più indicati per quel che riguarda questa materia. Sanno che siete in città e vi cercheranno a breve, non dubitate...»
Fece una pausa significativa, come per sottolineare le parole che aveva appena pronunciato. Se anche sortirono qualche effetto, però, il giovane non lo diede a vedere. 
Il comandante si fece più vicino. «Sono qui per avvisarvi che non sarebbe saggio da parte vostra rifiutarvi di accettare la proposta del reggente, quando arriverà. Qui al nord la gente importante si offende facilmente e reagisce male quando viene contrariata... la prende sul personale, se è che mi capite.»
«Certo, capisco» commentò il maestro d'arme, senza alzare gli occhi dal piatto. 
«Non sarebbe saggio neppure cercare di negoziare» aggiunse il comandante, «soprattutto se si trattasse di  una situazione pubblica. Negoziare o commentare la proposta in pubblico, sia con il reggente in persona, sia con qualcuno dei suoi stretti collaboratori, sarebbe davvero una pessima idea. Per il vostro bene volevo assicurarmi che lo sapeste ora, e non dopo, quando non potrei fare più niente per voi.»
Il soldato sembrava sinceramente preoccupato, soprattutto per l'assenza di reazioni del suo interlocutore, che pareva più concentrato sul cibo che sulla conversazione. Il comandante si chiese per un attimo se il giovane fosse davvero lo spadaccino formidabile che la sua fama indicava, figlio d'arte e mentore di più d'un rampollo della nobiltà istruito nell'uso della spada. Si era aspettato un personaggio dall'aspetto austero, simile al padre, ma ricordò anche a sé stesso che l'apparenza non rivela sempre quel che dovrebbe, quindi deglutì a vuoto e proseguì.
«Ho conosciuto vostro padre ed ho avuto il privilegio di studiare il suo trattato in una delle copie conservate a palazzo, era un personaggio fuori dal comune e so che voi non siete da meno, quindi vi tratto con lo stesso rispetto che riserverei a lui. So della vostra presenza qui nei Feudi del Nord già da un po' di tempo, e come lo so io lo sanno anche altri. Ho voluto incontrarvi per primo, ora che siete nella capitale, per sapere quali esigenze avete ma più che altro per mettere in chiaro subito le regole del gioco in cui vi trovate. Quando verrete chiamato per vie ufficiali mi assicurerò che vi siano proposte le condizioni che mi direte ora, così eviteremo imprevisti e commenti di qualsiasi tipo al momento sbagliato e con la persona sbagliata. Accetterete l'offerta e non ci saranno sorprese. La mia intenzione è di garantirvi una permanenza il più gradevole possibile qui a Tarn e fare in modo che possiate svolgere il vostro compito in maniera accettabile.»
Il comandante rimase in silenzio poiché aveva esaurito gli argomenti e non sapeva più cos'altro dire. Il forestiero alzò lo sguardo sull'ufficiale inarcando un sopracciglio, ma continuò a mangiare senza commentare niente. Quando il piatto fu ben ripulito fece cenno alla cameriera, e la ragazza si avvicinò prontamente.
«Avreste per caso dell'altra birra scura, come quella del boccale precedente?»
«Certamente! Arriva subito.» 
La ragazza corse via ed il giovane maestro d'armi si decise finalmente a considerare il da farsi.
«Dato che siete qui per negoziare, e dato che al momento io sono in cerca di una sistemazione, non vedo alcun motivo di preoccuparsi con possibili rifiuti. Per me non fa differenza con chi lavoro, sapete, e mi sono già trovato in situazioni simili. Se sono venuto qui è esattamente perché cercavo un impiego di questo tipo, quindi tranquillizzatevi e vedrete che non accadrà nulla di male, e di certo niente che io non mi aspettassi già. È curioso come i governanti ed i personaggi di potere siano prevedibili nelle piccole cose, e come gli schemi siano ripetitivi, soprattutto nelle parti sgradevoli. Ad ogni modo, le mie condizioni sono sempre le stesse: cento scudi al giorno, e la vostra parola che non mi verranno affibbiati incarichi extra all'infuori della mia funzione. Ci tengo a ricordare che non sono un soldato, non combatto su richiesta e non uccido su commissione, non importa il motivo o il compenso. Cento scudi al giorno, la vostra parola d'onore, e possiamo considerarci d'accordo.»
Il comandante si lisciò nuovamente i baffi, pensieroso.
«Ah! Un'altra cosa. Non verrò ospitato in caserme o luoghi simili, se è quel che pensavate di propormi. Il vitto e l'alloggio sono per mio conto, nel luogo che sceglierò qui in città. Voi mi dovete solamente i cento scudi giornalieri, il resto è affar mio.»
«Se foste ospitato a palazzo sarebbe più sicuro, però, con il lavoro che fate potreste favi facilmente dei nemici ed essere esposto a brutti incontri. Mi preoccupo per la vostra protezione.»
«Anche quella è affar mio, non temete. Le condizioni sono quelle che vi ho detto.»
«Bene. Vedrò cosa posso fare, come promesso. Penso che non dovrebbero esserci problemi, comunque.»
«Affare fatto, allora. Questa locanda ha delle stanze per la notte, al piano di sopra, quindi credo che mi ritroverete qui domani, e forse anche nei prossimi giorni, ma non datelo per certo. Non ho ancora verificato se l'arrosto è realmente il migliore della città e mi pare un argomento che debba essere approfondito. La birra scura comunque è buona. Rimanete per un bicchiere?»
«Non mi pare il caso.»
«Come preferite. Dopotutto voi non dovreste essere qui, quasi me ne dimenticavo. Con tutta probabilità questa conversazione non è mai avvenuta, suppongo.»
«Acuta supposizione.» 
Il comandante si alzò e lasciò sul tavolo un sacchetto di cuoio che tintinnò in maniera inconfondibile. «Questo dovrebbe bastare per l'alloggio di una settimana, ma con certezza sarete invitato a palazzo molto prima, non dubitate. Farò in modo che le vostre condizioni vengano garantite e che non ci siano imprevisti. Quando verrà il momento dovrete solamente fare l'inchino al reggente ed accettare la proposta.»
«Ci vedremo a palazzo per l'inchino, allora.»
«Senz'altro.»
Quando il secondo boccale di birra arrivò, l'anziano soldato se n'era già andato.
«La carne era di vostro gradimento?» chiese la ragazza, gioviale.
«Era eccezionale davvero, proprio come dicevi tu. Volevo chiederti se avete una camera disponibile per passare la notte, ed anche dove posso lasciare il mio cavallo.»
Il sorriso della ragazza parve allargarsi più del solito. «Di camere disponibili ne abbiamo più d'una, il prezzo varia di poco ma alcune sono molto migliori di altre, e presentano vari vantaggi. La numero 3, per esempio, è la più luminosa di tutte, e non si affaccia sulla strada principale che di notte è sempre rumorosa. Potrete dormire tranquillo. È un'ottima stanza davvero, ed è libera al momento.»
La ragazza sorrise di nuovo, con aria maliziosa. «È proprio accanto alla mia.»


Percezioni

«Mangia qualcosa, ragazzo. Se non ti sbrighi Ravel comincerà a mangiarsi anche le parti migliori.»
La risata dell'uomo interruppe l'animaletto indaffarato a rosicchiare le code dei pesci che prendeva direttamente dalla brace con le piccole manine. Gli occhioni sferici si fissarono sul padrone con sguardo interrogativo, con un velato senso di colpa che sembrava quasi umano e l'uomo rise di nuovo accarezzandogli la testolina pelosa. «Non te la prendere amico mio, stavo solo scherzando. Se il ragazzo non mangia è un problema suo.»
L'animaletto riprese a rosicchiare e l'uomo si avvicinò al ragazzo pensieroso che sedeva all'altro lato del falò, intento a fissare le fiamme senza vederle.
«Non vale la pena rifletterci così tanto, dico sul serio. Le cose sono sempre più semplici di come sembrano. Siamo noi che le complichiamo, nella maggior parte dei casi.»
«E dove sarebbe la semplicità, nel nostro caso?»
L'uomo sorrise. «La semplicità è nelle percezioni. La complicazione invece è nelle parole.»
Il ragazzo rimase in silenzio, allungando in fine una mano verso i pesci che arrostivano sulla brace. Ne prese uno che Ravel non aveva ancora avuto il tempo di divorare e poi rivolse la sua attenzione alla notte che lo circondava. Ascoltò il vento che strisciava tra gli alberi, invisibili già a pochi metri dal falò, e si ritrovò a seguire con lo sguardo il perimetro di luce che li separava dal resto del bosco immerso nelle tenebre. Mangiò con calma ed infine guardò l'uomo enigmatico che gli sedeva vicino con noncuranza, tranquillo e a suo agio come se si conoscessero da tempo.
«Secondo te, quindi, la percezione è la chiave di tutto quanto? Quello che vedo in realtà non è quello che vedo, e così via? Non per offendere, ma suona un po' come le chiacchiere dei maghi nelle fiere, che dicono di vedere gli spiriti dei morti, o di parlare con i demoni, ed il tutto poi si risolve con poche monete.»
«Ma io non ho mai detto che quello che vedi non sia come lo vedi, o cose del genere» specificò l'uomo dalla barba scura. «Ovvio che lo è. Il punto è proprio questo: le cose sono come tu le vedi. Solo che non sempre le vedi alla stessa maniera... oppure potresti non vederle affatto.»
«E sarebbe a dire?»
«Sarebbe a dire che tu percepisci il mondo che ti circonda con dei sensi limitati. Questi limiti possono esistere per vari motivi, dipendenti da te oppure no, ma non cambiano il senso del discorso. Guardati intorno, ora, per esempio. Cosa vedi?»
«Quasi niente.»
«E cosa senti?»
Il ragazzo aguzzò i sensi, facendo più attenzione. «Sento il vento tra gli alberi, il ruscello e qualche animale notturno.»
«Non li vedi, eppure sai che ci sono. Li percepisci con dei sensi differenti, che ti indicano che esiste qualcosa tra le ombre.»
Il ragazzo annuì, con lo sguardo scettico di chi sta cercando di capire dove l'interlocutore voglia andare a parare. «Non capisco dove vuoi arrivare, con banalità di questo tipo. La notte limita la vista, gli altri sensi mi aiutano a sapere ciò che la vista non mi dice... ma tutto questo che differenza può fare? Il mondo non cambia solamente perché non lo vedo. Il vento, gli alberi, gli animali. Rimane sempre tutto com'è.»
«E com'è?» chiese l'uomo, accendendosi la pipa cesellata che aveva sempre con sé e stendendo le gambe vicino al fuoco.
«Che domanda sarebbe "com'è" ?»
«Una domanda semplice, alla quale però non potrai rispondermi» ridacchiò. «Nessuno potrebbe. Persino il più saggio tra i saggi conosce ben poco del mondo, ed è saggio proprio perché è consapevole di questo.»
«Direi che il poco che conosco mi basta, e per quel che mi riguarda è anche troppo» rimbrottò Glenn. «Molte cose me le sarei risparmiate volentieri.»
«La conoscenza ha sempre un prezzo, questo è sicuro» ne convenne l'uomo, tirando la prima boccata di un fumo dolciastro ed intenso dalla sua pipa ricoperta di incisioni. «Rispondi a questo, ora: se tu fossi cieco dalla nascita, e non avessi mai visto le cose con gli occhi, che cosa succederebbe?»
«Se fossi cieco percepirei le forme delle cose toccandole con le mani. Molte persone lo fanno.»
«Ed i colori? Percepiresti anche quelli?»
«Probabilmente i ciechi hanno una maniera propria di raffigurarseli, oppure non se li raffigurano affatto, ma questo non significa che quel che gli sta intorno sia diverso da quel che è, solamente perché non sono in grado di percepirlo in tutti i suoi aspetti».
L'espressione dell'uomo era sempre più divertita. «Immagina allora di non essere solamente cieco, ma di non avere neanche gli altri sensi a disposizione. Se non potessi toccare, udire, sentire niente, come conosceresti qualcosa che si trova al di fuori della tua portata?»
«Stiamo ragionando per assurdo» disse il giovane a quel punto, spazientito dal discorso surreale che stavano facendo. «A cosa serve ipotizzare una persona priva di tutti i sensi ed incapace di percepire quel che la circonda? Quale mondo potrebbe essere così sconosciuto da non poter essere esplorato e percepito in alcun modo da qualcuno che lo abita? Non ci trovo molto senso.»
Glenn si protese ad attizzare il fuoco e rivolse la sua attenzione alle fiamme, e l'uomo capì che la conversazione si era allungata troppo per i gusti del ragazzo, ed era giunto il momento di chiuderla.
«La tua considerazione è giusta» aggiunse quindi, alzando lo sguardo verso le profondità stellate che li sovrastavano. «Il fatto di non poter vedere o conoscere un aspetto della realtà non significa che quell'aspetto non ci sia. Quel che un saggio deve fare è quindi approfondire ciò che di volta in volta riesce a scorgere con i mezzi che ha, seguendo i fili di una rete d'esistenza della quale non vedrà mai la fine, o l'inizio. Non ci può essere una risposta unica, una verità universale, come vorrebbero alcuni religiosi. Saranno sempre e soltanto percezioni.»
Il piccolo Ravel finì di rosicchiare l'ultimo pezzo di pesce arrostito che riuscì a trovare e poi si rannicchiò ai piedi del suo padrone intento a fumare ed a guardare il cielo notturno con aria assente, un personaggio ammantato d'ombra e di parole vaghe. Gli occhioni scuri dell'animale riflettevano le fiamme e pareva quasi che il fuoco danzasse sulla superficie liscia di sfere d'onice, nere come l'inchiostro. 
Il ragazzo rimase in silenzio, con l'intenzione di rifugiarsi nella sua solita noncuranza, ma si scoprì invece intento a riflettere sulla conversazione di poco prima, cercando di capire quanta parte di essa fosse soltanto un insieme suggestivo di parole, e quanta invece contenesse indicazioni che potevano condurlo a qualcosa a cui non aveva ancora dato la giusta importanza.


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Percepções

«Coma alguma coisa, rapaz. Se você não se apressar Ravel começará a comer as partes melhores também.» 
A risada do homem interrompeu o animalzinho, que se ocupava a mastigar as caudas de peixes que pegava diretamente nas brasas com as pequenas mãos. Os olhões esféricos fixaram-se no mestre com um ar interrogativo, quase um sentimento velado de culpa que o fazia parecer um pouco humano, e o homem riu novamente, acariciando a pequenina cabeça peluda. «Não se preocupe meu amigo, eu só estava brincando. Se o rapaz não come é problema dele.»
O animal recomeçou a mastigar e o homem aproximou-se do menino que estava sentado, pensativo, no outro lado do fogo, olhando para as chamas sem vê-las. 
«Eu não acho que vale a pena refletir tanto assim, estou falando sério. As coisas são sempre mais simples do que parecem. Nós que complicamos, na maioria dos casos.»
«E onde estaria a simplicidade, no nosso caso?» 
O homem sorriu. «A simplicidade está na percepção. A complicação, ao invés, está nas palavras.»
O rapaz permaneceu em silêncio, estendendo enfim a mão em direção ao peixe que assava na brasa. Ele pegou um que Ravel ainda não tinha tido tempo para roer e, em seguida, olhou para o céu negro que prometia chuva entre as nuvens densas. Escutou o vento que penetrava por entre as árvores, invisíveis já a poucos metros da fogueira, e encontrou-se a correr os olhos ao perímetro luminoso que os separava das sombras da noite. 
Comeu com calma e, em seguida, olhou para o homem enigmático que sentava perto tranquilamente, relaxado e à vontade como se já se conhecessem há muito tempo. 
«Você acha, então, que a percepção é a chave para tudo? O que eu vejo não é realmente o que eu vejo, e assim por diante? O discurso me parece um pouco comum e já ouvido, de fato. Não quero ofender, mas soa um pouco como as conversas dos magos nas feiras, que dizem ver os espíritos dos mortos, ou falar com demônios, e tudo isso se resume em algumas moedas.» 
«Mas eu nunca disse que o que você vê não é como você o vê, ou bobagens deste tipo. Claro que é. O ponto é propriamente este: as coisas são como você as vê. Só que nem sempre as vê da mesma forma, ou então você pode não ver nada.» 
«E o que isso quer dizer?» 
«Isso quer dizer que você percebe o mundo ao seu redor com sentidos limitados. Estes limites podem existir por vários motivos, dependentes de você ou não, mas não alteram o significado do discurso. Olhe ao seu redor agora, por exemplo. O que você vê?» 
«Quase nada.» 
«E o que você sente?» 
O rapaz aguçou os sentidos, prestando mais atenção. «Eu sinto o vento entre as árvores, e alguns animais noturnos.»
«Não os vê, mas você sabe que eles estão lá. O vento, as árvores, os animais, cada coisa percebida com sentidos diferentes que te indicam a sua presença e te dizem que existe.» 
O rapaz balançou a cabeça, mas seu olhar permanecia cético. «Apesar disto, eu continuo pensando que é um discurso óbvio e trivial. A noite limita a visão, os outros sentidos me ajudam a captar o que o olhar não me diz... mas eu já conheço o mundo, as árvores e os animais em torno de mim, eu sei como são feitos, então qual é a diferença? O mundo não muda só porque não o vejo. Tudo permanece como é.»
«E como é?» perguntou o homem, acendendo o cachimbo decorado e esticando as pernas perto do fogo.
«Como assim ‘como é?’ Que pergunta seria?»
«Uma pergunta simples, mas à qual você não poderá responder. Há muitas pessoas que têm a presunção de saber como é o mundo e que presumem ter todas as respostas; ao invés, eu digo que sabemos muito pouco e por isso acho mais sábio preocupar-se com aquilo que não se conhece ao invés de fingir que não existe, como fazem muitos. Talvez você descobrirá que o mundo tem muitas faces, rapaz, ou se você preferir, pode dizer que há muitos mundos diferentes, mas nada muda. Na maioria dos casos, é sempre uma questão de percepção. A noite agora esconde o mundo que você conhece e que você já viu, e eu concordo com você sobre o que disse antes. Mas e se você fosse cego desde o nascimento e nunca tivesse visto as coisas com os olhos, o que aconteceria?»
«Se eu fosse cego perceberia as formas das coisas tocando-as e entenderia assim como são feitas, suponho.»
«E as cores? Perceberia elas também?» 
«Provavelmente a minha cabeça encontraria uma maneira de representá-las, mas isso não significa que o que está ao meu redor seja diferente do que é, simplesmente porque eu não sou capaz de decodificá-lo em todos seus aspectos.» 
O homem assumiu uma expressão mais divertida. «Então, imagine se você não fosse somente cego, mas também não possuísse os outros sentidos. Se não pudesse tocar, ouvir, sentir nada, como poderia saber da existência de algo que está além de seu alcance? Sua consideração está correta: o fato de não poder ver ou conhecer um aspecto da vida não significa que esse aspecto não esteja lá. O problema é que não podemos conhecer um mundo que não tem como perceber de alguma forma, e também se pudéssemos perceber só alguns detalhes acredita talvez que as nossas percepções incompletas seriam suficientes para nos mover em um mundo quase desconhecido?» 
«Mas estamos argumentando por absurdo, imaginando uma pessoa desprovida de todos os sentidos e incapaz de perceber qualquer coisa. Qual mundo poderia ser tão desconhecido ao ponto de não poder ser explorado e descoberto de alguma forma? Eu não vejo muito sentido nisso.»
O homem pensou por um momento, e depois concluiu sorrindo: «Talvez não será necessário que você o veja. Porém, não estou muito certo disto.»
O pequeno Ravel terminou de mastigar o último pedaço de peixe assado que pôde encontrar e, em seguida, agachou-se aos pés de seu mestre que estava a fumar. Os grandes olhos negros do animal refletiam as chamas e parecia quase que o fogo dançasse sobre a superfície lisa de esferas de ônix, pretas como tinta. O homem continuou a tragar do seu cachimbo uns bocados de fumo aromático com expressão ausente, como se nada pudesse perturbar aquela calma e tranquilidade que pareciam uma constante naquele personagem envolto em negro e palavras vagas. 
«Sabe, rapaz, a pretensão de conhecer como é feito o mundo e dar todas as respostas é um grande problema, típico de muitas religiões e até mesmo da ciência, e sempre tem implicações perigosas. Eu duvido muito que alguém poderá saber tudo sobre o mundo, ou então explicar sua existência, o porquê e o para quê de cada coisa. O que se pode fazer é aprofundar-se sempre mais sobre o pouco que de vez em quando se pode enxergar, quando é possível. A chave para tudo o que sabemos são sempre as percepções. Nunca haverá uma resposta única, uma verdade universal. Serão sempre e apenas percepções.»
O rapaz ficou em silêncio, tentando assimilar aquelas reflexões e decidir o quanto daquele discurso seria apenas retórica, e o quanto poderia haver de informações que poderiam levá-lo a compreender algo em que ainda não tinha pensado.


Le Città di Frontiera

Anno della Vera Fede 1121

Più mi guardo intorno e più trovo curioso che persino in questi luoghi ci sia qualcuno che usa una dicitura del genere: "anno della vera fede". Non lo avrei mai creduto. Le Città di Frontiera vantano molte risorse interessanti, ma di sicuro la fede non è tra quelle. In ogni caso, chi sono io per parlare di certe cose? Il meno indicato, sicuramente. Eppure, persino in questi buchi puzzolenti e pieni di scarti dell'umanità c'è chi usa termini del mondo civile, almeno a giudicare da quel che ho appena visto. Forse è il desiderio di distanziarsi, di non sentirsi troppo parte della moltitudine di reietti e tagliagole che ci circondano e che ci ricordano dove ci troviamo, o magari chi siamo veramente. Oppure è semplice paura, e ben venga quindi l'illusione di poter erigere un invisibile muro a propria difesa, che ci separi dal resto e ci rammenti un altrove ideale che probabilmente non esiste. Per quel che mi riguarda, non vedo la necessità di un legame con le terre civilizzate, o che si definiscono tali. Direi che le conosco a sufficienza per fuggirne quando posso, e non ne sento la mancanza. 
Certo, le città di Frontiera non sono il massimo, devo ammetterlo, ma ogni volta che mi trovo a vagabondare da queste parti, oltre al fetore dei cavalli, alla polvere delle strade ed alle grida sguaiate di prostitute e ubriachi dalla vita breve, percepisco nitida e al di sopra del caos anche una sensazione particolare, che in pochi altri luoghi ho trovato. Credo sia la sensazione di inerzia ed anonimato, l'idea che nessuno giudichi nulla, che nessuno chieda mai niente, che qui non esista la memoria e sembra ci sia solamente un lungo presente dilatato in ogni direzione, come se non ci fosse nessun altro tempo di cui preoccuparsi, né prima, né dopo.
Anno della Vera Fede...
Ora manca solamente un qualche predicatore che finge di dispiacersi per un condannato al patibolo, e che piangendo in maniera commovente indica al boia di fare il proprio lavoro... per il bene di tutti, ovviamente, per la redenzione del condannato, o non so cos'altro dicano che sia. Gente strampalata, da evitare, prima che a qualche sant'uomo venga in mente che anche la mia anima ha bisogno di qualcosa.
In ogni caso non c'è da preoccuparsi: nessuna fede darà mai fastidio a nessuno nelle Città di Frontiera, di questo sono certo. Affogherebbe nella birra o nel sangue dopo pochi minuti. Potrebbe essere divertente, però, osservare un predicatore che tenta la sorte da queste parti, tra fuorilegge, mercenari, zingari e puttane con pugnali nascosti nella sottoveste. Ci sarebbe da ridere davvero.
Comunque, è quasi ora di rimettermi al lavoro. Le strade promettono bene, e le taverne anche; la gentaglia di frontiera a quest'ora avrà già alzato il gomito a dovere e non prevedo grosse difficoltà. Chissà cosa direbbero i religiosi a proposito di nottate come questa. Sarei tentato di domandarlo al mio amico "civile", qui in terra, e chiedergli dove si trova la sua fede in questo momento, ma non mi pare molto in vena di parlare, o quantomeno non credo che ci riuscirebbe, ubriaco com'è e lungo disteso in questo vicolo pulcioso. Chissà quale furfante è riuscito a farlo bere fino a ridursi così. Se non fosse che ho una certa fretta lo sveglierei per domandarglielo, ma dorme così bene che preferisco lasciarlo stare, tanto non credo che lo incomoderà più nessuno per stasera.
A questo punto sarà meglio avviarsi, non ho neanche cenato per dare attenzione a quest'insulso individuo ed il tempo è letteralmente denaro per me. Povero diavolo, però. Più lo guardo e più ho l'impressione che si trovi veramente nel posto sbagliato, e che durerà poco. Poche monete, niente armi, e solo qualche appunto scritto: un personaggio veramente fuori luogo, devo dire. Non avrei mai pensato di trovare qualcuno che inizia le proprie pagine di diario con la datazione delle città dei Feudi, parlando di fede e tutto il resto. In verità, qui al Confine è già raro trovare qualcuno che sappia scrivere, quindi la cosa è fuori dal comune comunque.
Curioso, veramente.
Ad ogni modo, non ha importanza. Posso solo augurare al mio sconosciuto amico di passare la nottata tranquillo, svegliandosi domattina in compagnia della sua fede e dei suoi appunti, e di allontanarsi dai guai il prima possibile.
Peccato che avesse solamente pochi spiccioli addosso... questo si che è realmente una pena. Adesso mi toccherà sopportare qualche altra taverna maleodorante e farmi qualche nuovo amico, e vedere se posso arrivare a qualche borsa più fornita prima che il sole sorga di nuovo, per un'altra giornata inutile da aggiungere al mio calendario personale.


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As Cidades de Fronteira

Ano da Verdadeira Fé 1121

Quanto mais eu olho ao redor, mais eu acho curioso que, mesmo nesses lugares, alguém use uma expressão como: "ano da verdadeira fé". As Cidades de Fronteira têm muitos recursos interessantes, mas com certeza a fé não está entre eles. Mas afinal, quem sou eu para falar sobre certas coisas? O menos adequado, seguramente.
No entanto, mesmo nestes buracos fedorentos e cheios de lixo humano parece que há quem use termos "civilizados", por assim dizer, pelo menos a julgar pelo que eu vi hoje. Talvez faz isso por achar mais edificante, ou para não sentir-se parte da multidão de párias e assassinos que o circundam e lembram-lhe claramente onde está, ou quem é de verdade, só por estar na área.
De minha parte, não vejo a necessidade de um vínculo com as terras mais "civilizadas"... ou melhor, que se dizem civilizadas, pelo menos. Diria que eu as conheço o suficiente para fugir delas quando posso, e, de vez em quando, fazer-me dois passos em outro lugar.
As Cidades de Fronteira não são as melhores, devo admitir, mas cada vez que eu me encontrar vagando por esta parte, além do fedor dos cavalos e de suor, da poeira das estradas e dos gritos escandalosos de prostitutas e bêbados de vida curta, percebo acima do caos também uma sensação particular que em poucos lugares eu encontrei. Penso que seja a sensação de inércia e anonimato, a ideia de que ninguém julga nada, que ninguém pergunta nada, que aqui não há nenhuma memória mas parece quase estar imergidos em apenas um longo presente estendido em todas as direções, como se não houvesse nenhum outro tempo para se preocupar, nem antes nem depois.
Ano da Verdadeira Fé.
Que curioso! Agora somente falta algum pregador demostrando pena por um condenado à forca, e chorando enquanto indica ao carrasco para fazer seu próprio trabalho. Para o bem de todos, obviamente, para a redenção, ou não sei qual outra coisa que dizem que seja. Nunca me interessei muito em saber como certas coisas funcionam, me basta apenas o mínimo de informações necessárias para evitar essas pessoas surtadas.
Em qualquer caso não há nada com que se preocupar. Nenhuma fé vai incomodar ninguém nas Cidades de Fronteira, tenho certeza disso. Se afogarariam em cerveja ou no sangue depois de poucos minutos. Deveria ser divertido, no entanto, observar um pregador que tenta a sua sorte por aqui, entre bandidos e ciganos, ou prostitutas com punhais escondidos na roupa de baixo. Seria mesmo engraçado, eu acho.
No entanto, é quase hora de voltar ao trabalho. As ruas são promissoras e as tabernas também; a escória já deve ter levantado o cotovelo ao dever a esta hora e não prevejo grandes dificuldades. Quem sabe o que diriam os religiosos sobre noites como estas. Estou tentado a perguntar ao meu amigo, aqui em baixo, para saber onde se encontra a fé dele neste momento, mas não me parece com muita vontade de falar, ou pelo menos não acho que poderia fazê-lo, bêbado como é, e largado ao chão deste beco pulguento. Se eu não tivesse uma certa pressa até o acordaria mas ele dorme tão bem que prefiro deixá-lo assim, pois nao creio que ninguém mais o incomodorá esta noite.
Mas agora é melhor ir, nem sequer jantei para dar atenção a este indivíduo inútil, e o tempo é literalmente dinheiro para mim. Pobre coitado, no entanto. Mais o vejo e mais tenho a impressão de que esteja realmente no lugar errado, e não vai durar muito por aqui. Poucas moedas, nenhuma arma, e algumas notas escritas: um personagem realmente fora de lugar, devo dizer. Nunca pensei encontrar aqui alguém que começa suas próprias páginas com a expressão civil das cidades em direção ao litoral, falando de fé. Na verdade, neste lugar nunca pensei encontrar alguém que soubesse escrever, para ser honesto.
Curioso, de verdade.
De qualquer maneira não importa. Eu só posso desejar ao meu desconhecido amigo que passe uma noite tranquila, acordando amanhã de manhã na companhia da sua fé e de suas notas, e que fique longe dos problemas o mais rápido possível.
Pecado ele só ter poucos trocados, isso é realmente uma pena. Agora vou ter que suportar mais umas tabernas mal cheirosas e fazer-me qualquer novo amigo, para ver se algum bolso melhor pode ser alcançado antes que o sol se levante novamente, em mais um dia inútil para adicionar ao calendário.