La Contrada dei Mercanti

Affacciato alla finestrella della vecchia soffitta Glenn osservava il cielo sereno e profondissimo, di un blu così intenso che sembrava quasi gocciolare nella stanzetta come il colore di un dipinto. Ascoltò i suoni sommessi della notte, immaginandosi per un attimo di essere ancora spensierato e felice, come quando era ragazzo. Quelle fantasie lo accarezzavano dolcemente, mentre la lieve brezza che si faceva strada tra le crepe della parete gli sussurrava che quei giorni erano ormai lontani, molto al di là di quelle quattro mura.
Sospirò, rassegnato. Sarebbe stato bello poter tornare indietro, poter guardare di nuovo il mondo con gli occhi di quell’età… ma questi erano soltanto sogni, e le ali della sua immaginazione avevano perso già da molto tempo le loro piume fatate.
Ci pensò ancora per un attimo poi sorrise fra sé, cancellando quelle vecchie immagini. Si sdraiò e si avvolse strettamente nella coperta chiedendosi che cosa avrebbe fatto nei giorni seguenti. Era consapevole dei rischi che correva ma si sforzava comunque di non pensarci e, almeno per una volta, di mettere il buon senso da parte.
Dormì profondamente. Nessun fantasma del passato venne a disturbare il suo sonno in quella prima notte a Caledh dopo tanti anni. Aveva già pensato a cosa fare l’indomani, infischiandosene dei brutti presentimenti: c’era un posto che voleva rivedere ed era forse l’unico legato esclusivamente a dei momenti felici, che desiderava rievocare.
Appena si fece giorno uscì, avvolto nel mantello per proteggersi dall’umidità del mattino, il pugnale allacciato alla cintura e a portata di mano tra le pieghe scure dei vestiti. Respirò profondamente e si addentrò nel borgo con passo calmo e deciso. Preferì come sempre i vicoli più nascosti e le stradine più malandate e periferiche, per quanto gli era possibile. Per buona parte del cammino non incontrò anima viva, eccetto qualche viandante solitario come lui. Man mano che si avvicinava ai confini della Città Vecchia, però, iniziò a scorgere anche dei venditori ambulanti che con i loro carrettini di legno si avviavano verso la pittoresca Contrada dei Mercanti, la stessa destinazione che anche lui si era scelto.
La Contrada, come semplicemente la chiamavano, era un intricato guazzabuglio di viuzze e di botteghe che ogni giorno attirava una quantità incredibile di persone, riempiendosi all’inverosimile. Era l’immagine più suggestiva di Caledh ed era l’unica che Glenn conservasse con piacere nella sua memoria. Era ansioso di rivedere quell’angolo di città in cui tante volte si era recato segretamente, da ragazzo, nonostante le ripetute raccomandazioni ed i divieti dei genitori. Quante sgridate gli aveva procurato la Contrada! Ma ne era sempre valsa la pena. La raggiunse in breve tempo e subito si unì alla folla che si accalcava e si pigiava nelle strette vie del mercato, in cerca delle cose più bislacche che si potessero acquistare, barattare o, all’occorrenza, rubare senza troppi problemi. Era l’anima pulsante della Caledh dei poveri, un caotico labirinto in cui persino le guardie rinunciavano ad inseguire qualcuno, una volta dentro. Neanche il sole filtrava molto bene tra gli edifici vecchi e malmessi della Contrada, avvolti nella fitta rete multicolore di banconi pieni zeppi di mercanzie, frutta e verdura, fiori, tende e tessuti che si aggiungevano ai panni stesi ad asciugare di chi ci abitava, appesi come festoni laceri e consunti che, tutto sommato, avevano ben poco da festeggiare. 
Il baccano era assordante già alle prime ore del mattino. Era quasi impossibile distinguere persino la propria voce in quella baraonda convulsa e frenetica, dove nessuno si fermava per più di qualche minuto in uno stesso punto. Si veniva sospinti dal fiume umano che riempiva i vicoli angusti e resi ancor più stretti dalle decine di carretti degli ambulanti, in lite continua con i bottegai ai quali coprivano le entrate dei negozi. Nessuna faccia veniva guardata per più di qualche istante tra i fumi ed i colori opachi di quell’immenso formicaio, un luogo dove tutto era lecito e si poteva trovare di tutto, se si era disposti a pagare bene. Glenn fu inghiottito ben presto da quel viavai incessante, come una goccia d’acqua in una grande cascata, anonimo e felice come se avesse ritrovato un vecchio amico che credeva perduto per sempre. Gli era mancato quel posto, pensò, nonostante avesse visto le immense fiere del confine ovest e persino i labirintici mercati sotterranei della capitale. Ricordava com’era affascinato, da ragazzo, dai saltimbanchi e dai mangiatori di fuoco, dai musicisti di strada e da tutta la moltitudine immensa di oggetti bizzarri e curiosi esposti lungo le vie. A quell’epoca non si rendeva minimamente conto dei rischi che si potevano correre in un luogo del genere, per lui era una sorta di giardino incantato nel quale poteva dimenticarsi di tutto, nel quale poteva rifugiarsi ogni volta che desiderava scappare dalla realtà. L’essere anonimo in mezzo a tante persone in qualche modo lo faceva sentire più libero, più vivo, in un intero mondo tutto per lui, con personaggi e suoni inconfondibili.
Come allora, si guardò intorno alla ricerca di qualcosa di interessante, ripensando a come si stupiva facilmente per ogni cosa di cui non conosceva il nome. Il suo sguardo spaziò a lungo, ma ormai privo della luccicante fantasia dei fanciulli rimase deluso: tutto era più piccolo adesso, più insignificante. Avrebbe dovuto aspettarselo, si disse. Tutto sommato preferiva ricordarsi quel luogo come lo vedeva una volta, e non per quello che era. Riflettendoci bene concluse che quasi ogni cosa è sempre più bella quando la vedi con il filtro della fantasia, e non attraverso la lente della realtà. I suoi occhi erano grigi come lo era tutta la sua vita, e attraverso di essi non vedeva più niente di poetico in quel caos allucinato. Gli faceva pensare più che altro ad una vecchia prostituta ormai priva da tempo di tutto il suo fascino ed i suoi lustrini.


Tenebre


Il suo corpo non era più in grado di aiutarlo quando Glenn tornò in sé. Ogni cosa sembrava lontana e velata, persa in un turbine di immagini vaghe e suoni ovattati. Vedeva ombre affannarsi intorno a lui e udiva voci soffuse e distanti, come provenienti da un altro mondo. Sentì delle mani che lo sollevavano da terra e poi il tonfo sordo del suo corpo contro delle assi di legno. Non provava alcun dolore, nessuna sensazione tangibile.
Non provava più niente.
La luce sparì e sentì ancora il rumore del legno, sopra di lui, e poi i colpi cadenzati di un martello. Le voci si fecero sempre più sommesse finché non udì più nulla e si ritrovò immerso nelle tenebre più assolute. Quel buio faceva paura, mentre da una distanza incommensurabile giungeva il suono ritmico di una pala al lavoro. Cercò di urlare, ma le sue labbra erano fredde, immobili, le sue narici erano piene dell’odore umido e pungente della terra che già ricopriva le robuste assi della bara. Avrebbe pianto, se solo avesse potuto, ma i suoi occhi erano secchi e fissi, spalancati su un abisso di oscurità senza fine. 
Gli avevano detto che in punto di morte avrebbe contemplato sé stesso da fuori, che sarebbe stato libero dalla carne, finalmente in pace... ma si rese conto che non era così. Le sue membra immobili erano divenute un’orribile prigione. Incubi senza nome artigliavano la sua mente perfettamente cosciente, demoni crudeli e senza volto lo tormentavano con ferocia mentre il suo corpo rimaneva inerte, gelido, gli occhi sbarrati e puntati nel vuoto.
Era ormai solo, intrappolato nel buio più assoluto.
Quel buio era terrificante come nessun’altra cosa. I suoi sensi erano in qualche modo vigili e acuti nell’immobilità delle tenebre che lo seppellivano. Avvertiva distintamente il peso asfissiante dei metri di terra che lo sovrastavano, udiva le minuscole creature sotterranee che già grattavano e si strusciavano contro le assi di legno alla ricerca di una fessura, di un’entrata. Sentiva ogni fruscìo, ogni schiocco, ogni seppur minimo rumore, escluso il battito del suo cuore.
Un terrore cieco e allucinato graffiava la sua mente in quell’attesa folle e senza scopo. La pazzia si faceva strada a passi veloci e la morte divenne un desiderio ardente ed ossessivo. Ma era ancora vivo? O forse la vita se n’era già andata e quello era l’inferno, l’eternità a cui era destinato?
La sua essenza gridò, lacerata internamente, straziata. 
Giunto ormai al limite della sopportazione accolse con benevolenza l’oblio che lentamente cominciava a calare su di lui, clemente come le braccia fredde della notte.


L'Inquisitore

«È tutto pronto, Alibert?»
«Si, eccellenza, tutto pronto.»
Il Grande Inquisitore si affacciò alla finestra per dare uno sguardo alla piazza sottostante. La funzione si era svolta al mattino, secondo la liturgia che accompagnava la presentazione degli accusati in forma pubblica, ed il palco del boia era stato montato soltanto alcune ore dopo poiché i riti religiosi erano rigorosamente separati dalle esecuzioni. La piazza era gremita di gente curiosa e leggermente a disagio, anche se morbosamente in attesa di assistere al tremendo spettacolo che si sarebbe presentato di lì a poco. 
«Molto bene» commentò il religioso. La faccia scura dell'Inquisitore era talmente inespressiva che nessuno in tutte le Terre Conosciute sarebbe stato in grado di decifrare lo sguardo di quell'individuo tanto particolare quanto pericoloso. Tra i Grandi Inquisitori dell'Impero Tarek D'Arn era senza dubbio il più inquietante, secondo solo, forse, al Sommo Inquisitore. Così come i Giudici degli Inferi menzionati nei Testi Sacri, anche i Grandi Inquisitori erano solamente in quattro ed il loro numero doveva essere mantenuto costante; giravano per le provincie dell'Impero controllando, per il bene dei sudditi devoti, che la Vera Fede non fosse minacciata. Le loro azioni erano il pugno di ferro di Dio in terra, la protezione ultima contro l'abisso del peccato ed il male irredimibile.
«Le confessioni sono state tutte confermate?» chiese Tarek D'Arn al suo chierico.
«Ne manca una, eccellenza. Non sembra voler cedere, è molto ostinata.»
L'Inquisitore non si scompose. «Forse è innocente. Voglio vederla di persona.»
«Faccio strada, eccellenza. Da questa parte»
L'Inquisitore, preceduto dall'accolito, scese le scale che portavano alle segrete e già a metà della discesa poté udire le grida disperate della donna. 
Se ne rammaricò.
Entrò nella sala e fece fermare il Mastro Torturatore con un gesto della mano. L'omone si ritrasse e l'Inquisitore si avvicinò al volto martoriato della donna, ridotto ormai ad una maschera di sangue quasi irriconoscibile. Gli occhi tumefatti di lei si mossero a malapena, ma un guizzo nello sguardo indicò che aveva riconosciuto l'Inquisitore a pochi centimetri di distanza. Poteva sentirne il respiro, la presenza, l'autorità ancora prima di vederlo. Si era aspettata quel momento e si stupì di non provare terrore al cospetto di quell'individuo tanto temuto in tutte le provincie dell'Impero. Forse la fase del terrore era già stata superata.
«Mi conosci?» chiese l'Inquisitore. 
La donna fece cenno di si con un movimento del capo appena percettibile. 
«Non devi aver paura. Solo chi ha colpa deve temere l'ira di Dio. So che hai resistito all'Interrogatorio, e non è cosa da poco. Da dove viene questa forza, sapresti rispondermi?»
Il chierico si mosse a disagio e spostò il peso da un piede all'altro, guardando in terra come faceva ogni volta che udiva la parola "interrogatorio" usata per descrivere un supplizio di tre giorni costellato di torture indescrivibili e crudeltà lancinanti, che erano dolorose al solo pensarci. L'Inquisitore parve non notarlo e rimase concentrato sulla donna, osservandola come se stesse guardando dentro ad una polla d'acqua stagnante per scoprire che cosa ci fosse sul fondo.
«Non sai rispondermi?»
La donna fece cenno di no, e quel movimento le costò molto sforzo e le causò altri dolori. L'Inquisitore la accarezzò sulla testa, ed il gesto sembrava realmente pietoso, quasi amorevole. 
«Non aver paura, figlia mia. La tua forza è probabilmente venuta da Dio, per provare la tua innocenza ai miei occhi. Dammi solamente alcuni minuti per verificare e poi sarai liberata. Ti farò una domanda soltanto, e ti prego di rispondere sinceramente. Lo farai?»
La donna fece cenno di si, e rimase in attesa. L'Inquisitore si allontanò allora da lei e prese a scartabellare le carte sparse tra i ferri sporchi su un tavolo della sala delle torture, leggendo i capi d'accusa. Aveva visto migliaia di volte accuse di quel genere e sapeva che molte di esse erano mosse contro avversari politici o commercianti scomodi, o da uomini traditi da mogli infedeli, o con intenzioni intrise di molte altre motivazioni che miravano all'eliminazione di qualche rivale, quale che fosse la questione. Spesso le accuse erano rivolte a persone che realmente meritavano di essere punite per azioni meschine, ma per queste cose esistevano i tribunali e non erano certo situazioni che interessavano all'Inquisitore, la cui attenzione era rivolta solamente alle insidie contro la Fede. Il resto erano solo problemi di uomini tra gli uomini, e Tarek D'Arn non considerava necessario l'intervento della mano di Dio in situazioni minori, lo trovava addirittura blasfemo.
Continuò a leggere per alcuni minuti, giusto il tempo di notare che il principale accusatore era il marito, e poi ripose i documenti sul tavolo mettendoli in ordine. Si voltò e tornò lentamente verso la donna, ma tenendo lo sguardo rivolto al chierico che si guardava intorno con circospezione. Il ragazzo era al servizio dell'Inquisitore solamente da qualche mese ed ancora non riusciva ad abituarsi agli orrori che vedeva. Tarek D'Arn lo chiamò al suo fianco e gli chiese: «Nell'accusa rivolta a questa donna sta scritto a chiare lettere che parla lingue sconosciute durante la notte, e che il drago nero del peccato è stato visto volteggiare al di sopra della sua dimora. Tu che cosa ne dici?»
«Io, che cosa ne dico, eccellenza? Ehm... veramente...»
«Coraggio, mio caro Alibert. Puoi parlare liberamente.»
Il chierico si schiarì la gola, cercando di non farsi prendere dal panico e di scegliere le parole con molta accuratezza, ben sapendo che poteva andarne della sua stessa vita. Si fece quindi coraggio, e disse: «Be', a dire il vero mi sembra un poco stravagante come accusa. La questione delle lingue l'ho sentita spesso, ma questa cosa del drago, insomma... non saprei.»
L'Inquisitore si rivolse quindi alla donna martoriata e le sorrise. «Hai sentito? Il mio chierico è perplesso sul tuo caso, come puoi vedere, ed io ho considerazione delle opinioni dei giovani. Dio usa sovente i giovani come canale di comunicazione privilegiato.»
L'Inquisitore le si fece più vicino. «Ci sono condannati in queste segrete, come tu certo saprai, che per loro stessa ammissione sono colpevoli di ciò di cui vengono accusati. Si avvieranno verso il loro Atto di Fede tra poco e non soffriranno più, poiché le torture sono cessate. Infelicemente però il loro corpo è stato corrotto dal male e non può essere lasciato ad insozzare questo mondo. Sai come si svolge un Atto di Fede, vero? Dovranno essere decapitati, poiché l'anima risiede nella testa, ed il corpo verrà bruciato fino a non lasciare più traccia. Le loro teste saranno però conservate in un luogo consacrato, affinché le fiamme infernali non possano reclamare quelle anime impure che ardentemente vorrebbero reclutare tra le loro schiere dannate per muovere guerra a Nostro Signore quando verrà la fine dei tempi, così come sta scritto.» 
L'Inquisitore fece una pausa, per accertarsi che la donna stesse ascoltando, e continuò: «Sono anime perse... tuttavia Dio è compassionevole e nessuno può sapere che cosa ha in serbo per noi, una volta che si sia varcata la soglia che conduce oltre la carne. I Testi Sacri dicono che persino le anime dannate possono essere redente dall'Onnipotente, dopo la morte, e salvate dall'Abisso per essere condotte verso la Vera Luce; per questo è necessario che l'Atto di Fede si compia, per il bene delle anime immortali di quei poveri fratelli caduti nel peccato. L'Atto di Fede è la loro ultima speranza di evitare i Giudici dell'Inferno, figlia mia, lo capisci questo?»
La donna si forzò a muovere la testa in un cenno affermativo, e l'Inquisitore le accarezzò nuovamente il capo coperto di sangue rappreso. «Non si deve mai avere la presunzione di conoscere la verità finché cammineremo su questa povera terra materiale e limitata. Dio solo sa che cosa ci meritiamo veramente e quindi a Lui solo rimettiamo il giudizio. L'uomo semplice ha bisogno di essere guidato per non perdersi nelle tenebre mentre l'uomo saggio, che è sempre preda del dubbio, ha anche lui bisogno più che mai della Fede che lo protegga dalle scelte pericolose.»
Tarek D'Arn si interruppe, come se stesse rievocando alcune memorie lontane; poi tornò in sé, facendo un passo indietro ed osservando la donna per intero, ridotta ad uno stato veramente pietoso. «Rispondi allora alla mia domanda» le disse l'Inquisitore. «Basta che tu faccia un cenno del capo.»
La donna annuì, sentendo un'altra fitta di dolore attraversarle la spina dorsale. L'Inquisitore giunse le mani e chiese: «Uccideresti tu stessa quegli uomini, in nome della Fede?»
La poveretta rimase immobile, allibita, e dopo alcuni istanti di riflessione che le parvero eterni annuì, accettando la terribile offerta con la mente lenta ed annebbiata dalla tortura. L'Inquisitore volle però esserne certo. «Ucciderai quegli uomini?» domandò nuovamente.
La donna nuovamente annuì.
«Ottimo. Liberatela» disse Tarek D'Arn, volgendosi verso la parete opposta ed indicando la pesantissima ascia del boia, l'oggetto più ingombrante e tremendo presente nella stanza. «Se è la Fede in Dio che ti ha fatto resistere all'Interrogatorio, la Fede in Dio ti darà la capacità di portare a termine le esecuzioni di oggi in Suo nome. Se fallirai vorrà dire che mi sono ingannato, e che non è stato Nostro Signore che ti ha reso forte in queste segrete.»
I ceppi fissati alla parete vennero aperti, ed appena libera dalle catene la donna cadde a terra in un pietoso mucchio d'ossa e carne straziata. Il chierico si mosse inconsciamente per sollevarla dal pavimento ma l'Inquisitore lo fermò con un gesto della mano. «Non dev'essere aiutata, figlio mio: Dio solamente deve sorreggerla. Se Dio è con lei riuscirà nell'intento e farà la sua parte per proteggere la Vera Fede.»
Il chierico fece per obiettare ma decise subito di tenere la bocca chiusa non appena vide lo sguardo fermo su di lui dell'Inquisitore. Non si poteva mai sapere che cosa passasse per la testa di quell'uomo terribile, capace di momenti pietosi e quasi generosi a volte, e subito dopo di crudeltà inimmaginabili in nome del Dio compassionevole. Ma Alibert era giovane e pensò che non aveva ancora una comprensione abbastanza profonda della Fede per poter giudicare correttamente ciò che vedeva, così se ne stette zitto e tenne per sé i pensieri più umani che gli invadevano la mente.
In fondo chi era lui per giudicare l'operato di un grand'uomo com Tarek D'Arn?
Tarek il Convertito, come alcuni lo chiamavano, l'uomo dalla pelle nera proveniente dalle più lontane province dell'Impero, l'uomo che era stato un feroce guerriero, un nemico che benché immerso nel peccato e nella blasfemia degli infedeli era stato capace di rinascere nella luce del Vero Dio. Chi era Alibert per giudicare un uomo che era venuto dal nulla, dalla sabbia, ma la cui Fede incrollabile aveva fatto sì che diventasse uno dei quattro Grandi Inquisitori nonostante le sue origini pagane? Tarek D'Arn era un esempio vivente del potere di Dio che supera ogni cosa, un potere che può redimere e convertire, salvare chiunque abbracci la Fede e ne sia degno. L'Inquisitore era un sant'uomo, ricordò Alibert a sé stesso, ed il chierico non invidiava certo la terribile responsabilità che gravava sulle spalle di Tarek D'Arn, e nel suo intimo provava pena per il suo mentore dall'espressione imperturbabile quasi quanto per i condannati.
Si avviarono su per le scale, diretti questa volta all'uscita però, per presenziare alle esecuzioni imminenti nella piazza antistante. L'Inquisitore non poté fare  ameno di notare l'inquietudine del proprio accolito e domandò: «Che cosa ti turba, figlio mio?»
Alibert rispose di getto, senza avere il tempo di riflettere, e disse impulsivamente: «stavo pensando a quella donna, in quelle condizioni... come potrà decapitare tutte quelle persone?»
«Non sono più delle persone» gli fece notare l'Inquisitore. «Hanno abbracciato il peccato volontariamente e ormai non c'è redenzione per loro su questa terra. Dovranno comparire davanti al Compassionevole e cercare la salvezza oltre la carne, e quella donna li aiuterà.»
«Si, ma... e se non ce la facesse?»
Tarek D'Arn lo prese sottobraccio: «In quel caso, si renderà necessario un Atto di Fede anche per lei.»


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O Inquisidor

«Tudo está pronto, Alibert?»
«Sim, excelência, tudo pronto.»
O Grande Inquisidor aproximou-se à janela para dar uma olhada na praça abaixo. A função religiosa tinha sido realizada na parte da manhã, de acordo com a liturgia que acompanhava a apresentação dos acusados de forma pública, e o palco para as execuções tinha sido montado algumas horas mais tarde pois os ritos eram rigorosamente separados das execuções. A praça estava cheia de gente curiosa e um pouco agitada, ainda que morbidamente na espera para testemunhar o tremendo espetáculo que seria apresentado dali a pouco.
«Muito bem» comentou o religioso. O rosto escuro do Inquisidor era tão inexpressivo que ninguém em todas as Terras Conhecidas teria sido capaz de decifrar o olhar daquele indivíduo tão peculiar quanto perigoso. Entre os Grandes Inquisidores do Império Tarek D'Arn era sem dúvida o mais perturbador, perdendo apenas, talvez, para o Sumo Inquisidor. Assim como os Juízes do Inferno mencionados nos Textos Sagrados, também os Grandes Inquisidores eram apenas quatro e o número deles deveria ser mantido constante; percorriam as províncias do Império controlando, para o bem de seus súditos devotos, que a Verdadeira Fé não fosse ameaçada. Suas ações eram o punho de ferro de Deus na terra, a melhor proteção contra o abismo do pecado e o mal irremediável.
«As confissões foram todas confirmadas?» perguntou Tarek D'Arn ao seu clérigo.
«Falta uma, Excelência. Não parece querer ceder, é muito obstinada.»
O investigador não se abalou. «Talvez seja inocente. Quero vê-la em pessoa.»
«Indicarei o caminho, excelência. Por aqui.»
O Inquisidor, precedido pelo clérigo, desceu as escadas que o levava ao segredo e já na metade da descida podia ouvir os gritos desesperados da mulher.
Ele lamentou.
Entrou na sala e parou o Mestre Torturador com um gesto de mão. O homem grande deu um passo para trás e o Inquisidor aproximou-se do rosto espancado da mulher, agora reduzido a uma máscara de sangue quase irreconhecível. Seus olhos inchados mal se moviam, mas um brilho neles indicava que ela havia reconhecido o Inquisidor a poucos centímetros de distância. Podia sentir seu hálito, a presença, a autoridade antes mesmo de vê-lo. Aquele momento era esperado e se surpreendeu por não sentir terror na mira daquele indivíduo tão temido em todas as províncias do Império. Talvez a fase do terror já tinha sido superada.
«Você me conhece?» falou o Inquisidor.
A mulher assentiu com um movimento quase imperceptível da cabeça.
«Não tenha medo. Somente quem é culpado deve temer a ira de Deus. Eu sei que você resistiu ao interrogatório e não é uma atitude comum. De onde é que vem esta força, você poderia me responder?»
O clérigo se mexeu desconfortavelmente e jogou o peso de um pé para o outro, olhando para o chão como fazia todas as vezes que ouvia a palavra "interrogatório" usada para descrever uma punição de três dias cheios de crueldade indescritível e insuportável tortura, que era doloroso só de pensar. O Inquisidor não o notou e permaneceu concentrado na mulher, observando-a como se estivesse olhando para uma poça de água parada tentando descobrir o que estava no fundo.
«Você não sabe me responder?»
A mulher abanou a cabeça, e aquele movimento custou-lhe muito esforço e lhe causou mais dor ainda. O Inquisidor acariciou sua cabeça, e o gesto parecia realmente piedoso, quase amável.
«Não tenha medo, minha filha. Sua força, provavelmente, vem de Deus para provar sua inocência aos meus olhos. Dê-me apenas alguns minutos para verificar e então você será liberada. Irei lhe fazer uma única pergunta e, por favor, responda com sinceridade. Você o fará?.»
A mulher acenou com a cabeça, e ficou a espera. O Inquisidor então afastou-se dela e começou a folhear os papéis espalhados entre os ferros sujos sobre uma mesa da sala de tortura, lendo as páginas da denúncia. Tinha visto milhares de vezes acusações daquele tipo e sabia que muitas delas eram feitas contra adversários políticos ou comerciantes desconfortáveis, ou por homens traídos pelas esposas infiéis, ou, ainda, por aqueles que, por muitas razões, buscavam eliminar um rival não importando a relação. Outras vezes, as acusações eram destinadas a pessoas que realmente mereciam ser punidos por ações mesquinhas mas para estas coisas existiam os tribunais e certamente não eram situações que interessavam o Inquisidor, cuja atenção estava voltada apenas para os ataques contra a Fé. O resto eram apenas problemas dos homens entre os homens, e Tarek D'Arn não considerava necessária a intervenção da mão de Deus em situações de menor importância, pensava que fosse até uma blasfêmia.
Continuou a ler por alguns minutos, o suficiente para perceber que o principal acusador era o marido, e colocou os documentos de volta em cima da mesa, em forma ordenanda. Então, o Inquisidor virou-se e caminhou lentamente em direção à mulher, mas mantendo um olho sobre o clérigo que tentava desfarçar o quanto estava desconfortavel naquele lugar. O clérigo era um jovem e estava a serviço do Inquisidor a apenas alguns meses e ainda não tinha se acostumado com os horrores que presenciava. Tarek D'Arn chamou-o para seu lado e perguntou: «Na acusação dirigida à esta mulher está escrito claramente que ela fala em línguas desconhecidas durante a noite, e que o dragão negro do pecado foi visto pairando acima de sua casa. O que você acha?»
«Eu, o que devo dizer, excelência? Erm... na verdade...»
«Coragem, meu querido Alibert. Você pode falar livremente.»
O sacerdote limpou a garganta, tentando não entrar em pânico e escolher as palavras com muito cuidado, sabendo que ele poderia por em risco sua própria vida. Então tomou coragem, e disse: «Bem, para ser honesto, parece um pouco extravagante como acusação. A respeito das línguas já ouvi muitas vezes, mas essa questão do dragão, sinceramente ... não saberia dizer.»
O Inquisidor então se virou para a mulher agredida e sorriu. «Você ouviu? Meu clérigo está cético sobre o seu caso, como pode ver, e eu considero muito o ponto de vista dos jovens. Deus usa muitas vezes os jovens como canal privilegiado de comunicação.»
O investigador chegou mais próximo. «Existem condenados nestas masmorras, como você deve saber, que por própria admissão são culpados das coisas das quais são acusados . Estarão caminhando em breve para seus Atos de Fé e não sofrerão mais, porque as torturas cessaram. Mas infelizmente seus corpos foram corrompidos pelo mal e não podem ser deixados para manchar este mundo. Você sabe como se executa um Ato de Fé, certo? Deverão ser decapitados, porquê a alma reside na cabeça, e o corpo deverá ser queimado para não deixar nenhum rastro. No entanto, suas cabeças serão mantidas em um lugar sagrado, de modo que as chamas infernais não possam reivindicar aquelas almas impuras para recruta-las nas filas que desejam ansiosamente fazer a guerra contra o Nosso Senhor quando o fim dos tempos chegarà, como está escrito.»
O Inquisidor fez uma pausa para ter certeza que a mulher o escutava, e continuou: «São almas perdidas ... No entanto, Deus é compassivo e ninguém sabe o que Ele tem guardado para nós, uma vez que se cruze o limiar que conduz para além da carne. Os Textos Sagrados dizem que até mesmo as almas condenadas podem ser resgatados pelo Onipotente, após a morte, e salvas do abismo afim de serem conduzidas para a Verdadeira Luz; por isso é necessário que o Ato de Fé se cumpra, em prol das almas imortais desses pobres irmãos que caíram em pecado. O Ato de Fé é a última esperança deles de evitar os Juízes do Inferno, minha filha, você consegue entender?»
A mulher se forçou a mover a cabeça concordando, e novamente o Inquisidor acariciou sua cabeça coberta de sangue. «Não se deve nunca haver a presunção de conhecer a verdade até que ainda estejamos caminhando sobre esta terra material e limitada. Só Deus sabe o que realmente merecemos e só a Ele pertence o julgamento. O homem simples só precisa ser orientado para não se perder na escuridão, enquanto que o homem sábio, que é sempre oprimido pelas dúvidas, tem mais necessidade do que nunca da Fé para protegê-lo de escolhas perigosas.»
Tarek D'Arn interrompeu-se, como se estivesse recordando algumas lembranças distantes, e depois voltou a si, dando um passo para trás e olhando para a mulher inteira, reduzida num estado verdadeiramente lastimável. «Responda então à minha pergunta» disse o Inquisidor. «Basta que você faça um aceno de cabeça.»
A mulher concordou, sentindo outra pontada de dor atraversa-lhe a coluna vertebral. O Inquisidor juntou as mãos e perguntou: «Você mesma mataria aqueles homens, em nome da Fé?»
A pobrezinha permaneceu imóvel, atordoada, e depois de alguns momentos de reflexão que pareciam-lhe uma eternidade assentiu, aceitando a oferta terrível com a mente lenta e obscurecida pela tortura. O Inquisidor, no entanto, queria ter certeza. «Você matarà aqueles homens?» perguntou de novo.
A mulher acenou com a cabeça novamente.
«Ótimo. Liberem ela» disse Tarek D'Arn, voltando-se para a parede oposta e indicando o pesado machado do carrasco, o mais volumoso e impressionante objeto na sala. «Se é a Fé em Deus que fez você resistir ao interrogatório, a Fé em Deus lhe dará a capacidade de realizar as execuções de hoje em Seu nome. Se você falhar, pelo contrário, significará que eu estava enganado e que não foi o Nosso Senhor que te fez forte nesta masmorra.»
Os grilhões fixados à parede foram abertos, e livre das algemas a mulher caiu no chão em um lamentável monte de ossos e carne rasgada. O clérigo inconscientemente moveu-se para levantá-la do chão, mas o Inquisidor o deteve com um gesto da mão. «Não deve ser ajudada, filho meu, só Deus deve apoiá-la. Se Deus está com ela terá sucesso e fará a sua parte para proteger a Verdadeira Fé.»
O jovem tinha objeções mas decidiu manter -se de boca fechada quando viu o olhar firme sobre ele do Inquisidor. Não se podia nunca saber o que se passava na cabeça daquele homem terrível, capaz de momentos piedosos e quase generosos às vezes, e imediatamente depois crueldades inimagináveis em nome de Deus, o Misericordioso. Mas Alibert era jovem e pensou que ainda não tinha uma compreensão bastante profunda da Fé para poder julgar corretamente o que ele via; assim, então, ficou em silêncio e guardou para si os pensamentos mais humanos que invadiam sua mente.
No final, quem era ele para julgar o trabalho de um grande homem com Tarek D'Arn?
Tarek o Convertido, como alguns o chamavam, o homem de pele negra das províncias mais distantes do império, o homem que tinha sido um guerreiro feroz, um inimigo que, embora mergulhado no pecado e blasfêmia dos infiéis, teve a capacidade de renascer à luz do Verdadeiro Deus. Quem era Alibert para julgar um homem que tinha vindo do nada, da areia, mas cuja fé inabalável o tornou um dos quatro Grandes Inquisidores apesar de suas origens pagãs? Tarek D'Arn era um exemplo vivo do poder de Deus que supera todas as coisas, um poder que pode resgatar e converter, salvar qualquer um que abrace a Fé e demonstre-se digno. O inquisidor era um homem santo, recordou Alibert a si mesmo, e o clérigo não invejava nenhum pouco a terrível responsabilidade que pesava sobre os ombros de Tarek D'Arn, e em seu coração ele sentia pena de seu mentor da expressão impassível quase quanto dos condenados.
Subiram as escadas, desta vez dirigindo-se à saída, porém, para presenciar as execuções programadas na praça. O Inquisidor não pôde deixar de notar a inquietude de seu acólito, e perguntou: «Que tens, meu filho?»
Alibert respondeu espontaneamente, sem ter tempo para refletir, e disse de impulso: «Eu estava pensando naquela mulher, nas condições dela... como poderá decapitar todas aquelas pessoas?»
«Não são mais pessoas» fez notar o Inquisidor. «Voluntariamente aceitaram o pecado e agora não há mais redenção para eles nesta terra. Deverão comparecer na frente do Misericordioso e buscar a salvação além da carne, e aquela mulher irá ajudá-los.»
«Sim, mas ... e se não conseguisse?»
Tarek D'Arn segurou seu braço: «Nesse caso, será necessário também um Ato de Fé para ela.»


L'Impero

Il caldo afoso e l'aria ferma dell'immensa città erano quasi leggendari come il suo nome, che però pochi usavano per l'abitudine di definirla semplicemente il Centro del Mondo. Dalla finestra del suo studio, nei piani superiori del palazzo, il cardinale guardava in silenzio la splendida capitale dell'Impero che ormai dominava quasi tutte le Terre Conosciute e che portava ovunque, insieme alle sue conquiste, la parola dell'Unico Dio, la religione universale: la Vera Fede. Il religioso era solito riflettere con lo sguardo perso sulla vastissima città, spaziando su di essa fin dove gli occhi gli permettevano di arrivare, ben sapendo che comunque non avrebbe potuto vederne la fine. Amava starsene lì, assorto in contemplazione, ma quel giorno si trovava in quella stanza per ben altro fine. 
«Vostra eminenza, è permesso?»
«Entra pure» rispose il cardinale senza nemmeno girarsi, riconoscendo la voce del suo servitore personale.
Il servitore entrò e richiuse la porta dietro di sé, badando a non far rumore. «Il senatore Caer è in attesa, eminenza. Volete riceverlo nella sala delle udienze?»
«Fallo salire.»
«Qui, nello studio?»
Il cardinale si volse con sguardo severo ed il servitore saggiamente non replicò, affrettandosi ad indietreggiare fino alla porta. «Subito eminenza.»
Il senatore Caer era un uomo robusto, in netto contrasto con l'esile figura del cardinale, ma qualunque osservatore già alla prima occhiata non avrebbe avuto dubbi su quale dei due personaggi incutesse più timore e soggezione. Il religioso, con la sua voce atona, invitò il senatore a sedersi al piccolo tavolo dello studio ed il burocrate non se lo fece ripetere. Lo studio del cardinale era semplice, totalmente privo di elementi sfarzosi e oggetti ornamentali, e Caer aveva sempre trovato contraddittoria quella sobrietà quasi ostentata delle alte schiere religiose, uomini talmente potenti che potevano influenzare le decisioni dell’Impero. Ma del resto la Vera Fede era piena di contraddizioni e non era certo questa la più vistosa.
«Vi ringrazio di avermi ricevuto, eminenza. Non vorrei abusare troppo del vostro tempo prezioso, quindi, se non vi dispiace, andrei subito al punto.»
«Non vedo perché dovrebbe dispiacermi. Parlate pure.»
Il cardinale sedette a sua volta ed il giovane statista diede inizio alla conversazione, ignorando lo sguardo caustico e diffidente del suo interlocutore.
«Come ben sapete, l’Impero ha raggiunto ormai proporzioni colossali e ci sono molte provincie che vengono spesso trascurate. La situazione non giova all'Impero e neanche alla Fede.»
«Mi sembrava d’aver capito che volevate saltare i preamboli, senatore.»
«Infatti. Il discorso verte su di una di queste province lontane e mal gestite. Un territorio sotto la responsabilità del senatore Tirus.» 
Caer fece una pausa, riflettendo su quale fosse la maniera più appropriata per presentare l’argomento, infine optò per un approccio diretto e senza fronzoli. «Per quel che riguarda i propri affari Tirus è un uomo abile, ma quando si tratta di servire l’Impero e gestire gli interessi comuni la cosa cambia radicalmente. Ha semplicemente dimostrato di non essere all'altezza del compito, o di disinteressarsene, che è anche peggio. La questione non passa più inosservata e vari membri del Senato ormai manifestano insoddisfazione.»
L'espressione del cardinale era impassibile e rimase tale mentre il senatore continuava a descrivere problemi politici relativi a territori distanti e privi di interesse per l'alto prelato. Caer si chiese se non fosse stato un errore richiedere quell'incontro privato con l'essere scarno ed inquietante che gli stava davanti, ed alla fine si interruppe per rielaborare i pensieri e le nozioni utili.
«Caro senatore» interloquì allora il cardinale, alzandosi dal tavolo e dirigendosi nuovamente alla finestra. Volse volutamente le spalle al burocrate, come a sottointendere che l’argomento non lo riguardava. «La Vera Fede è interessata alle questioni dello spirito, e non ai problemi organizzativi dell'Impero. Sinceramente, non capisco il motivo di questa vostra visita.»
Il senatore però non si fece impressionare. Si era aspettato un atteggiamento del genere: la tipica superiorità sprezzante di quei personaggi avvolti in tonache ariose, che sembravano fare di tutto per risultare sgradevoli. C’era comunque una scappatoia classica in quelle conversazioni, ed era il punto in cui i ragionamenti convergevano sempre. Caer la utilizzò senza indugio. 
«l'Impero è l'espressione della Fede, caro cardinale. Dovunque ci sia l'Impero la Sacra Parola viene diffusa. È quindi anche interesse della Vera Fede che l'Impero prosperi e continui ad espandersi, non siete d'accordo?»
Ma il cardinale non era certo da meno del burocrate e continuò ad ostentare uno sdegnoso disinteresse, con aria palesemente distaccata e con silenzi abilmente calcolati. 
«L'Impero è già molto esteso ed arriva fino ai limiti estremi del mondo civile, del quale le province di cui parlate fanno parte a malapena. Che cosa volete, senatore? Siate più specifico.»
Caer intreccio le dita e vi appoggiò sopra il mento, un gesto che faceva spesso quando cercava di convincere qualcuno e favorire un’atmosfera d’intesa, in situazioni confidenziali ed in tavoli privati simili a quello. Sorrise impercettibilmente, pienamente a suo agio tra le mille finezze della retorica. 
«Per ora posso dirvi che il Senato focalizzerà presto la sua attenzione sulle mancanze del senatore Tirus, in quella provincia dove i problemi sono molteplici. Ad esempio, esiste un fronte di ribelli che agisce indisturbato da anni in quelle terre, facendo danni ed oltraggiando l'Impero con pretese assurde di autonomia. I governatori delle città sono per lo più gli stessi feudatari che già governavano prima dell’occupazione e non sono certo degli estimatori delle direttive imperiali. I tributi non arrivano come dovrebbero ed i controlli sono vaghi. La città di Tarn, che l'Impero ha scelto come capitale di quella provincia, è praticamente ininfluente e mantiene pochissimi contatti con le altre città governative.» 
Caer si protese oltre il bordo del tavolo mentre il cardinale si girava e sosteneva il suo sguardo, la magra figura che si profilava come una lama avvolta nel velluto rosso, stagliata sullo sfondo della gigantesca metropoli incorniciata dalla finestra aperta. Le due acute personalità cercavano di prevalere durante ognuno di quei brevi silenzi carichi di tensione, i momenti fugaci in cui entrambi riflettevano in fretta su quel che sarebbe stato più conveniente dire, o tacere. 
«L’elenco potrebbe continuare» concluse infine Caer «ma la sostanza è semplice, eminenza: la mano dell'Impero è debole al nord, e lo stesso vale per la Fede.» 
Il burocrate tornò ad abbandonarsi sullo schienale della sedia, ed aggiunse: «forse non è abbastanza specifico?»
Il cardinale non accolse la provocazione e si limitò ad annuire, con aria vaga. «Ho già sentito di questa insolita questione dei ribelli, nella provincia che voi dite. Dei contadini che non erano in grado nemmeno di dar fastidio ad una singola città e che ora, non si sa come, riescono ad impensierire un intero territorio assoggettato. Una preoccupazione da discutere addirittura in Senato, da quel che mi dite.» 
Il religioso fece una pausa, come per sottolineare le ultime parole, poi si volse nuovamente verso il paesaggio mozzafiato oltre la finestra. «Non vi pare curioso tutto questo, senatore? In effetti sembra che negli ultimi anni si siano organizzati bene, questi ribelli: ben nascosti, ben equipaggiati. Ha quasi del miracoloso.»
«È quel che sembrerebbe» rispose Caer in tono evasivo. 
Il cardinale rimase in silenzio per alcuni momenti ancora, osservando il panorama; infine chiuse la finestra e si diresse verso il suo ospite, muovendosi intorno al tavolo come se fosse stato privo di peso, accompagnato solamente da un lieve frusciare di vesti che sembravano fluttuare per la stanza. Ostentando un sorriso enigmatico si portò al fianco del burocrate e gli sussurrò: «come vi ho detto prima, senatore, la Vera Fede è interessata solamente alle questioni spirituali. Cionondimeno, la Chiesa non è sorda al mondo esterno, anzi: sa ascoltare ed interpretare con molta efficienza le informazioni che girano… anche quelle mormorate a bassa voce.» Pronunciò le ultime parole quasi all’orecchio di Caer, con un tono carico di sottintesi.
«Mi stupirei del contrario» commentò allora lo statista, cercando di sdrammatizzare. «Non è certo un mistero che l’udito del Patriarca sia molto fine e riesca ad arrivare fino al Senato, o dentro al palazzo dell'Imperatore stesso.» 
Il cardinale sorrise nuovamente, ma con aria maligna questa volta. «E dovreste rallegrarvi, soprattutto voi, che l’udito sia fine e la loquacità limitata. Ma non è il caso di scomodare il Santo Patriarca in questa conversazione.»
«Non lo scomoderemo di certo» ne convenne Caer. Soppesò ancora per un attimo il loro colloquio, e poi concluse: «Quando la questione al nord verrà portata all’attenzione del Senato saranno presi dei provvedimenti. Vorrei sperare che, nel momento in cui questo succederà, la Fede potrà essermi di supporto, e non intendo solamente in materia spirituale. Considerate anche che la provincia della quale parliamo si trova al confine ultimo dell'Impero e, come avete detto voi, sono terre civili a malapena. La loro fede andrebbe rafforzata.»
«Se non erro, la Sacra Dottrina è già all’opera come di consueto e senza problemi al nord, anche nei luoghi più lontani. La Fede è ben protetta e ben rappresentata, per quel che ne so» replicò il prelato in abiti rossi.
«Potrebbe esserlo meglio, ve lo garantisco. Molto meglio» fece notare Caer. «Oltre le montagne ci sono poi numerose tribù che si trovano ancora immerse nelle tristi miserie del peccato e che non meritano di essere dimenticate dal Patriarca compassionevole. Se le province al nord fossero gestite a dovere, e se poi l'Impero si espandesse oltre, sarebbe senza dubbio un bene per la Fede. Si potrebbe portare la Sacra Parola in molte terre abbandonate da Dio, redimere quei popoli barbari e mostrargli la retta via.»
«Non esistono terre abbandonate da Dio, senatore. Esistono solamente terre in attesa della Parola, così come è scritto. Dubitate forse dei Testi Sacri?»
Il burocrate assunse un'espressione innocente, fingendosi addolorato ed offeso. «Mai ne dubiterei!» decretò subito. «Per questo mi preoccupo per quelle terre che aspettano con ansia di essere liberate dalle tenebre pagane in cui si trovano. Vogliamo lasciarle ad aspettare ancora a lungo, mi chiedo io?»
Rise di gusto delle sue ultime parole ed il cardinale, suo malgrado, non resistette e rise a sua volta. Si ricompose subito però, conscio del precetto secondo il quale la risata non si addice ai religiosi del suo rango.
«Molto bene, senatore Caer. Quel che posso dirvi è solamente che la Fede appoggia sempre coloro che si impegnano per diffonderla, quindi potete stare tranquillo su quest'aspetto della faccenda. Per il resto, vi do solamente un consiglio: non sottovalutate il senatore Tirus, e fate molta attenzione a come vi muovete poiché le voci si diffondono rapidamente e non è certo un mistero che all'interno del Senato ci sia più d'uno che avrebbe da guadagnarci se Tirus cadesse in disgrazia. Non vorrete certo che pensino male di voi, voglio sperare.»
«Ovviamente» ne convenne Caer, con una smorfia sdegnata e teatrale che fece sorridere ancora il religioso.
«L'intelligenza è un dono dell’Unico Dio, ma la saggezza viene dall'esperienza degli uomini ed è ugualmente preziosa. Non dimenticatelo mai» sentenziò quindi il cardinale, appoggiando la mano sulla spalla del giovane statista. 
Caer accennò un inchino abbassando il capo. «Vi ringrazio come sempre per le parole illuminate, vostra eminenza. Purtroppo non credo che ci incontreremo di nuovo prima della mia prossima confessione alla cattedrale, ma farò in modo che abbiate mie notizie a breve.»
«Le avrei avute comunque, con o senza il vostro interessamento.» 
Il cardinale fece un paio di passi indietro e porse la mano, con gesto noncurante. Caer si affrettò ad alzarsi dalla sedia e si inginocchiò, baciando l'anello con l'emblema sacro. 
«State facendo un gioco pericoloso, senatore. Mi auguro che sappiate in che cosa vi state cacciando» gli sussurrò l’alto prelato. Il burocrate fece per ribattere ma venne bruscamente interrotto dal saluto del religioso: «che la pace vi accompagni.»
Caer rimase in silenzio per un attimo, poi si alzò e rispose: «che ci accompagni tutti, eminenza.» Dopodiché si voltò e prese congedo.