Leen e la zingara


Eileen fissava il soffitto del carrozzone già da un po’, nel buio fitto delle ore più tarde della notte. Un numero imprecisato di altre ragazze dormivano lì dentro, ma non avrebbe saputo dire quante fossero: ne sentiva solamente i respiri regolari. Si girò e notò che anche Najma era sveglia. La ragazza bruna la stava guardando e sorrideva leggermente, appena visibile nell’ombra ed anche lei avvolta nelle coperte.
«Certo che sei strana» le disse a voce bassissima. 
Eileen non capì il perché di quell’affermazione, e così Najma spiegò: «se vuoi appartarti, non è certo quello il modo, né tantomeno il momento.»
Diede una rapida occhiata alle sue spalle, per capire se le altre dormivano, e poi concluse: «domani ti spiegherò io come le devi fare, certe cose.»
La nomade dai lunghi capelli le strizzò l’occhio ed Eileen arrossì visibilmente.
«Ma io, non…» 
«Certo, certo. Non facevi niente di male, lo so» le disse Najma in tono ironico, mostrando un’aria di scaltra complicità.
Leen allora sorrise, e decise di lasciar cadere l’argomento. Nonostante le chiacchiere di Najma fossero divertenti, e nonostante si sentisse in effetti un po’ disorientata da quel bacio che l’aveva protetta da congetture più pericolose, la sua attenzione era rivolta soprattutto a quello che Glenn le aveva detto. Rimuginava su ogni parola di quella fugace ed allarmante conversazione.
«Noi due siamo amiche?» chiese istintivamente alla ragazza bruna distesa al suo fianco, mentre i suoi pensieri la portavano lontano, nel regno della preoccupazione.
La nomade ci pensò un istante, dopodiché rispose: «credo che potremmo definirci così, certo. Perché me lo domandi?»
Eileen fissava di nuovo il soffitto, distinguendolo appena. Tirò a sé la coperta mentre alcuni spifferi facevano oscillare delle tende, chissà dove, nell’oscurità del carrozzone. 
«Se dovesse succedermi qualcosa di brutto… se tu lo sapessi, me lo diresti?»
Najma tacque per un lungo attimo ed Eileen chiese nuovamente, con voce flebile: «me lo diresti?»
Ci fu ancora una pausa di silenzio.
Alla fine la zingara le accarezzò la testa e disse piano: «dormi. Penso che tu ti stia preoccupando troppo.»


La Spada dei Poveri

Glenn si svegliò non appena fece giorno, grazie ad un raggio di sole che filtrava tra le tende del carrozzone in cui dormiva con altre cinque o sei persone. Aveva dormito buttandosi su un cumulo di coperte gettate in terra, mezzo vestito, e nell’esatto istante in cui aprì gli occhi sentì la necessità di uscire da quell’ambiente chiuso e soffocante, invaso dalla penombra e dalla puzza di piedi e corpi sudati.
Aprì la porticina e scese dal carro, socchiudendo gli occhi per abituarsi alle prime luci del mattino. Altre persone erano già in piedi nel campo nomadi e Glenn si sedette con loro su di una panca improvvisata, addentando un pezzo di pane duro e prendendo una tazza contenente una specie di brodaglia che gli zingari erano soliti preparare per colazione, e che aveva un forte sapore di latte di capra misto a cannella ed altre spezie non ben identificate e lievemente piccanti.
Si guardò intorno e vide Ash in un angolo appartato tra due carri, intento a cercare di colpire al volo dei sassolini che alcuni zingari gli lanciavano stando seduti su delle sedie. Il ragazzino si sforzava di intercettarli a mezz’aria utilizzando un bastoncino lungo poco più di un palmo, con dei movimenti che imitavano dei tagli, come se avesse avuto un’arma vera. Era lo stesso bastoncino che qualche giorno prima Glenn gli aveva lanciato senza preavviso, per vedere con quale mano lo avrebbe afferrato e stabilire se preferisse usare la guardia destra o la sinistra. Supponeva che Eileen non avrebbe approvato il fatto che stava insegnando a tirare di coltello ad un ragazzino di neanche quindici anni, ma Ash era stato così insistente che alla fine Glenn aveva acconsentito. D’altronde il coltello era considerato la spada dei poveri ed il monello ci avrebbe avuto a che fare comunque, inutile illudersi altrimenti. Visti gli ultimi risvolti della loro situazione, poi, forse era una buona cosa che il ragazzino imparasse a difendersi meglio; chissà, magari avrebbe potuto proteggere un poco anche Leen.
Glenn finì il suo latte di capra speziato e ripose la tazza all’interno della ciotola più grande in cui l’aveva presa. Si diresse quindi in direzione del ragazzino, che lo vide con la coda dell’occhio e lo salutò con un cenno, senza interrompere però la concentrazione sulla pratica con i sassolini.
«È un nuovo gioco?» chiese Glenn appoggiandosi ad uno dei carri più vicini. 
«I Girovaghi dicono che è un buon allenamento, e che lo fanno fin da piccoli» rispose Ash continuando a seguire con lo sguardo le pietruzze che volavano verso di lui, aspettando il momento giusto per colpirle in aria.
«Capisco» disse Glenn. «Quando finisci mi trovi là in fondo, allora.» 
Si avviò di nuovo in direzione della panca su cui si era seduto prima, soppesando la possibilità di un’altra tazza di quel latte speziato, ma Ash lo fermò. 
«No, aspetta. Ho finito!» si affrettò a dire il monello, abbandonando il gioco dei nomadi e schivando in maniera distratta l’ultimo sassolino che stava volando verso di lui. Gli corse incontro e Glenn annuì, guardandosi intorno alla ricerca di qualcosa. Raccolse un pezzo di legno della lunghezza adatta dai resti di un falò della sera prima e verificò che il bastoncino servisse allo scopo, poi indicò un piccolo spiazzo libero dietro ad un carrozzone. «Vieni, ci eserciteremo laggiù.»
Raggiunsero la loro piazza d’armi improvvisata e, come avevano fatto anche nelle mattinate precedenti, si posizionarono in guardia l’uno al fianco dell’altro. Con i bastoncini di legno in mano cominciarono ad eseguire a vuoto i movimenti principali degli schermidori, così come Glenn li conosceva. 
Un passo, e poi un affondo… due passi, e un affondo…
Ash imitava senza problemi ogni movenza, avanzava e si ritraeva con passi equilibrati, si spostava con facilità ed eseguiva i colpi in maniera efficiente. Glenn lo osservava con la coda dell’occhio, soddisfatto. 
«Va bene così» gli disse ad un certo punto, interrompendo la pratica figurata. «Adesso sarà meglio cominciare a pensare alla strategia. Spero che tu continui ad imparare in fretta, perché ormai abbiamo solo pochi giorni a disposizione. La città di Delaw è vicina.»
Senza approfondire le motivazioni di quell'avviso riguardo al tempo lanciò un’occhiata alle sue spalle, verso il gruppetto di zingari che si erano seduti a guardarli e che stavano commentando l’allenamento riuscendo persino a fare delle scommesse, chissà in quale maniera. Glenn non gli prestò attenzione e si girò subito dall’altra parte, sollevando il bastoncino fuligginoso che fungeva da pugnale.
«Fai attenzione alla distanza, adesso» disse mettendosi in guardia ed indicando al ragazzino di fare lo stesso, davanti a lui. Ash sollevò la sua arma di fortuna e gliela puntò contro, e Glenn calcolò lo spazio tra di loro, verificando che sarebbe stato necessario un passo molto lungo affinché Ash potesse raggiungerlo al petto con una stoccata.
«Che cosa faresti, in questo caso?» domandò quindi.
«Mi devo avvicinare?» azzardò il ragazzino, in una risposta ben poco convinta.
«Sei sicuro che non ci siano altri bersagli più a portata di mano, prima?» disse allora Glenn ondeggiando l’arma improvvisata davanti a sé, come un richiamo. 
Ash comprese subito l’indicazione e cercò quindi di attaccare la mano armata del suo avversario, che però la ritrasse per evitare il colpo di taglio. Vedendo questo, il ragazzino modificò il movimentò e lo abbassò, continuando l’arco che stava descrivendo in aria nel tentativo di farlo arrivare per lo meno fino alla coscia. Glenn ritrasse anche la gamba avanzata e così pure il secondo attacco andò a vuoto.
«Bene. Hai già capito» disse quindi al ragazzino. «La mano armata è uno dei bersagli più importanti, ed anche se sembra una cosa ovvia molta gente non ci pensa mai. Peggio per loro. Tu, invece, colpiscila ogni volta che è possibile, e prega sempre che il tuo avversario non usi dei guanti robusti, dei vestiti pesanti o delle protezioni di altro tipo. Con solamente un coltello comune potrebbe essere un problema.»
Ash annuì e Glenn tornò a posizionarsi in guardia, questa volta un poco più vicino. Lasciò l’iniziativa al ragazzino e questi, vedendo che ora poteva arrivare agevolmente anche ai bersagli arretrati – e non soltanto alla mano armata ed alla gamba avanzata – azzardò un affondo con l’intenzione di colpire direttamente in mezzo al petto.
Era esattamente ciò che Glenn voleva.
Lasciando volutamente a tiro e poco protetta quella zona del corpo, aveva invitato l’attacco in quel punto allo scopo di mostrare un’altra maniera di colpire la mano che regge l’arma, questa volta durante un’offensiva avversaria. Così, arretrando di un passo in maniera calcolata, si sottrasse alla stoccata di Ash e contemporaneamente colpì la sua mano armata lasciandogli un segno nero di fuliggine sul polso, testimone di un presunto taglio subito.
Ash si ritrasse, guardandosi l’avambraccio.
In quel momento udirono alle loro spalle una sorta di urlo di dissenso, accompagnato da un'imprecazione proveniente dai loro improbabili spettatori. Si voltarono e videro che uno zingaro stava passando alcune monete di rame, con fare seccato, ad un compare che ridacchiava soddisfatto. 
«Non badargli» disse allora Glenn, tornando in posizione alla stessa distanza di prima. «Sei pronto?»
Questa volta, però, fu lui ad attaccare, ed il ragazzino reagì prontamente eseguendo un movimento difensivo allo scopo di deviare il colpo di punta palesemente diretto al cuore. All’ultimo istante, tuttavia, la stoccata si ritrasse ed il legnetto raggiunse invece la mano armata di Ash che tentava di parare. Glenn eseguì il colpo di taglio mentre arretrava e si portava così fuori misura. Il ragazzino si guardò di nuovo la mano destra e vide che il bastoncino pieno di fuliggine gli aveva lasciato una seconda linea scura all’interno del polso.
Di nuovo si levò un vociare concitato tra i nomadi seduti, e lo stesso di poco prima – che nuovamente stava perdendo dei soldi – gridò, tra le risate generali: «maledizione! Vedi di farne una giusta, figliolo… mi stai facendo diventare povero!»
Ash sbuffò, stizzito.
«Ignorali, te l’ho già detto. Non devi farti distrarre dalla gente: ti potrebbe costare la pelle» gli fece notare Glenn. «Hai visto che cosa ho fatto prima? Hai capito come funziona? Devi stare sempre attento alle finte, perché sono davvero un grosso problema.» 
Ash si guardava ancora il polso con i segni neri, ma Glenn non aveva ancora finito.
«E pensa anche ad un’altra cosa» gli disse richiamandolo all’attenzone. «Quando sei tu ad attaccare, il tuo avversario naturalmente si sposta, si difende, e non è detto che questo sia sempre uno svantaggio. L’altro reagisce a quello che fai tu, quindi spesso puoi ingannarlo e farlo scoprire…»
Per mostrare quanto stava dicendo accennò un colpo diretto senza neanche smettere di parlare. Il ragazzo istintivamente si coprì e Glenn, con un rapido movimento del polso, scavalcò la sua difesa e lo sfiorò di taglio sul lato opposto.
«…e puoi anche invitarlo ad attaccarti in alcuni punti, se sei abbastanza in gamba, ma di questo parleremo un’altra volta.»
Detto questo si mise nuovamente in guardia ed Ash lo imitò, con lo sguardo concentrato e misurando la distanza che li separava, per rendersi conto di quello che avrebbe dovuto fare.
Glenn sorrise, vedendo che il ragazzino calcolava, mentre i nomadi mormoravano tra di loro e rimanevano in attesa. 
«Riproviamo» disse quindi scattando in avanti.
Seguirono alcuni scambi di colpi più avveduti, in cui Ash tentava di prevenire non soltanto le mosse immediate ed evidenti del suo avversario, ma cercava anche di prevedere le strategie di seconda intenzione e le possibili conseguenze degli attacchi e delle difese. Non reagiva più soltanto d’istinto, ma osservava e ragionava, cercava di mantenere una distanza costante tra lui ed il suo avversario e la modificava solamente quando gli sembrava utile, invadendo lo spazio dell’altro oppure ritraendosi per andare fuori portata. Glenn era felice che il ragazzino avesse una buona inclinazione per il combattimento, poiché lui non credeva assolutamente di essere un buon insegnante ed il tempo a loro disposizione era davvero limitato. 
Lo pungolò ancora per un poco, lasciandogli prendere dimestichezza con le varie finte ed i repentini cambi di direzione, ed alla fine si fermò, notando con la coda dell’occhio che i nomadi seduti lì vicino stavano ancora scommettendo sui progressi del monello. Contavano monete di rame e masticavano qualcosa, sputando in terra di tanto in tanto.
«Per oggi basta così» disse allora Glenn, infastidito dai Girovaghi che li osservavano e cominciavano a risultare rumorosi. «Continueremo domani» annunciò, avviandosi verso le panche nel centro dell’accampamento.
Ash rimase indietro e, mentre si stropicciava i polsi, lo zingaro che aveva perso più di tutti gli si avvicinò e gli diede un buffetto sulla testa, sussurrando con aria severa: «te l’ha mai detto nessuno di tenere una manciata di terra nella mano libera? Ti potrebbe servire. Pensaci, la prossima volta.»


Il capitano Arkam

«Non così, maledizione! Non lo vedi che è troppo vicino?» sbottò il capitano. Il soldato si ritrasse ed appoggiò a terra l’estremità del bastone che stava usando per l’allenamento. Il compagno fece altrettanto mentre i mormorii nella sala d’armi si abbassavano di tono. I passi del capitano rimbombavano sinistri in quello stanzone quasi vuoto e dal soffitto alto, il cui unico arredamento era costituito da alcune rastrelliere con armi di varia foggia, addossate alle pareti, ed alcuni vecchi scudi appesi al muro per mostrare gli stemmi delle varie casate. Arkam si avvicinò ai due e strappò di mano l’asta al soldato che aveva appena redarguito. 
«Sei nuovo, vero? Non mi ricordo della tua faccia.» 
«Sono qui da una settimana, signore.» 
«Immaginavo. Bene, tieni a mente due cose fondamentali, quando usi un’arma di questo genere: la prima è che è un’arma lunga ed ingombrante, e va usata in una certa maniera. La seconda è che quando si usano le armi nella maniera sbagliata si muore come un cane, oppure si fanno morire i compagni, e non c’è cosa che mi irriti di più di quando perdo dei soldati per colpa dell’inettitudine di uno di loro. Ci siamo capiti?» 
«Perfettamente, signore» rispose il nuovo arrivato, con la fronte imperlata di sudore. 
«Dai qua, e guarda come devi fare.» 
Il capitano gli strappò di mano l’asta da allenamento e con un cenno del capo si rivolse all’altro armigero, che subito si mise in posizione da combattimento con una certa dose di preoccupazione nello sguardo. Nella sala d’armi i mormorii si accesero di nuovo, con frasi canzonatorie e commenti di vario tipo, e c’era anche chi scommetteva su quanto tempo sarebbe durato il malcapitato, o su quanti assalti sarebbero serviti. 
Il capitano mosse alcuni passi intorno al suo avversario e notò con disappunto che questi non aggiustava a dovere l’allineamento della propria arma, o la posizione, per garantirsi una copertura adeguata ad ogni nuova angolazione. Se quel soldato fosse stato un combattente esperto il capitano avrebbe potuto supporre che i buchi nella difesa erano stati lasciati di proposito, delle trappole per invitare un certo tipo di attacco, ma in questo caso si trattava soltamente di geometrie maldestre, o errate, e di un novizio. Arkam scosse la testa e poi lo colpì di punta in pieno petto, con un rapido affondo che andò a segno senza problemi. Il soldato arretrò di qualche passo, tossendo, spinto dalla forza del colpo. 
«Idiota! Se avessi mirato alla gola adesso potresti essere morto, anche con questo stupido bastone coperto di stracci!» Arkam gettò a terra l’arma da allenamento e richiamò l’attenzione generale, zittendo i mormorii all’istante con un gesto della mano. 
«Ascoltatemi bene, tutti quanti. È vero che la nostra città è ormai tranquilla da alcuni anni, e spero anche che questa situazione duri ancora a lungo. Cionondimeno, se qualcuno di voi si è arruolato qui pensando di assicurarsi un piatto di zuppa giornaliero e senza troppo sforzo, vi assicuro che avete capito molto male. Un guerriero apprezza la pace, perché sa che la guerra lo metterebbe in prima fila tra quelli che si avviano a conoscere di persona i Giudici degli Inferi. Allo stesso modo, però, un guerriero deve temere la pace, i periodi tranquilli, perché rischia di rammollirsi!» 
Il capitano aveva alzato gradualmente la voce fino a rimarcare gridando le ultime parole. Fece scorrere lo sguardo severo sul gruppo presente in sala, e prima che potesse aggiungere qualcos’altro la sua attenzione fu richiamata da una guardia che proprio in quel momento apparve sulla soglia del salone per gli allenamenti. 
«Che cosa c’è, ora?» chiese Arkam spazientito. 
La guardia lo informò che giù in strada qualcuno lo attendeva ed il capitano sbuffò, già immaginando chi potesse essere. Imprecò tra sé e sé e poi si girò un’ultima volta verso i soldati in addestramento, puntandogli contro un dito accusatore. «Per le Ombre! Vi garantisco che se vedo nuovamente una vocazione al suicidio come quella che ho visto oggi, a voi due vi mando a lavorare immediatamente nelle cucine delle caserme, e ci rimarrete a lungo. E adesso muovetevi, che cosa avete da guardare? Ricominciate, forza!»


Giardini Forensi

Il sole inondava come un fiume in piena le superfici levigate delle forme marmoree disseminate ovunque nei Giardini Forensi, statue di rara bellezza che sembravano quasi dotate di vita propria tanto era stato minuzioso il lavoro degli artisti che le avevano modellate, ricercando la perfezione fin nei minimi dettagli. Eroi mitici e condottieri a cavallo se ne stavano immobili tra file di pilastri di proporzioni monumentali, attraversati spesso da venature sanguigne che ne abbellivano le strutture. Quelle figure mute ed immortali sarebbero vissute a lungo nel bianco rosato di opere magistralmente scolpite, testimoniando ai posteri la grandezza della civiltà che le aveva create. L’anziano senatore adorava passeggiare tra quelle statue, sedersi tra le fronde di piante esotiche importate da terre lontane e godersi i raggi caldi del sole a quell’ora, filtrati di tanto in tanto dai rami e dalle foglie. Aveva visto molti luoghi durante la sua vita, ammirato bellezze naturali e monumenti di altri popoli dalle culture a volte straordinarie. Aveva viaggiato in varie province del vasto Impero, conosciuto altri paesi, ma nessun posto era paragonabile a quel giardino e lui non era certo il solo a pensarlo. I Giardini Forensi erano considerati una delle meraviglie del mondo e non esisteva nessun altro luogo comparabile a quel parco sulle rive del grande fiume che attraversava la capitale dell’Impero.
Il burocrate sedeva tranquillamente su di un seggio di pietra bianca finemente decorato, con gli occhi chiusi e le mani in grembo mentre una leggera brezza gli accarezzava il volto magro, scivolando tra le rughe della fronte ed i radi capelli bianchi. Rifletteva sull’ordine del giorno, gli argomenti salienti che sarebbero stati discussi al Foro Imperiale di lì a poco, quando percepì una presenza che gli si avvicinava con passi leggeri. Il vecchio filosofo si voltò per vedere chi fosse. 
«Salve a voi, nobile Darius» lo salutò una voce familiare.
«Ah, sei tu, Caer. Siediti pure, così poi mi accompagnerai al Foro quando sarà ora.»
L’uomo più giovane si sedette al fianco dell’anziano e rimase ad osservare per un po’ il grande fiume che scorreva placido oltre la balaustra, vari metri sotto di loro. C’erano barche di varie dimensioni che scivolavano lentamente su quelle acque lisce e verdastre, come foglie secche su dei pigri rivoli d’acqua piovana. Molte imbarcazioni erano provviste di baldacchini piuttosto grandi e vistosi, ovviamente per proteggersi dal sole, e le loro figure sembravano tremolare attraverso la calura inclemente di quella giornata, mitigata solo di poco dal vento e dalle fronde ombrose del parco. Oltre il fiume, l’immensa città si estendeva a perdita d’occhio e non se ne vedeva la fine.
«A volte mi chiedo se l’Impero non si stia espandendo troppo, oltre il limite del nostro controllo» commentò Caer, ed l’anziano statista seduto al suo fianco sorrise.
«Ci sono molte cose che sfuggono da tempo al nostro controllo, ed è inevitabile che sia così. Non credo sia importante avere il controllo totale: ciò che fa funzionare l’Impero è il controllo delle cose fondamentali, e questa direttiva per ora si è rivelata sufficiente.»
«Per ora» sottolineò Caer. «Ma l’Impero ultimamente sembra sottovalutare molti dettagli che forse non dovrebbero essere lasciati al caso. Mi preoccupo per le province più lontane, quelle in cui l’Impero è più debole, e per le possibili conquiste future quando verrà il momento di espandere ancor di più i nostri confini.»
Darius sospirò. «Non credo che vedrò quelle conquiste. Ormai sono vecchio, ma penso comunque di potermi ritenere soddisfatto di ciò che ho conosciuto. Vieni al punto, Caer: che cosa vuoi chiedermi?»
Il giovane statista rimase in silenzio ancora per alcuni istanti, fissando il terreno coperto d’erba ed i suoi calzari di cuoio finemente intrecciati; dopodiché alzò nuovamente lo sguardo alla ricerca dell’orizzonte e delle parole migliori. 
«Si discuterà oggi la questione di alcune province minori, alcuni territori lontani che il Senato ha spesso trascurato perché considerati di scarsa importanza. Non vorrei che l’argomento fosse sottovalutato e messo da parte anche in questa seduta, poiché lo considero un errore che non favorisce di certo gli interessi dell’Impero.»
«Va avanti» disse Darius, lisciandosi il mento aguzzo.
«Vari senatori sono scontenti di come vanno le cose in alcune zone periferiche, ma sono pochi e non appartengono alle famiglie principali, quindi non osano manifestare il loro malcontento senza l’appoggio di un parere autorevole che rafforzi le loro posizioni.»
«Capisco» disse Darius. «Ma voi dimenticate che il Senato è l’organo supremo dell’Impero: chiunque al suo interno può esprimere la propria opinione liberamente; in fondo è per questo che ci riuniamo al Foro.» 
L’anziano filosofo fece una pausa, come per soppesare il valore effettivo della sua affermazione. Guardando il giovane uomo dall’aria accigliata, però, seppe che la retorica non sarebbe stata di grande aiuto in quel frangente. Le rughe sulla fronte canuta di Darius parvero moltiplicarsi, quindi sospirò, appoggiando una mano sulla spalla del suo vecchio allievo. «Comprendo i tuoi timori» gli disse con fare comprensivo. «La paura può spingere al silenzio ed a cose anche peggiori, che sono sempre state il veleno della politica. Purtroppo non c’è cura per questo veleno: sai bene che non puoi accontentare tutti quando parli. Devi scegliere da quale parte stare ed esporti un poco, se vuoi ottenere qualcosa. Così facendo, è ovvio che assumerai anche i rischi che ne conseguono.» 
«Mi sono trattenuto a lungo dall’esprimermi pubblicamente» disse quindi Caer, con lo sguardo fisso e ancora perso oltre il fiume. «A volte per paura, altre volte nella convinzione di essere troppo giovane e privo di peso all’interno del Senato per poter dire la mia. Ci ho pensato molto ultimamente ed ho deciso che oggi mi farò avanti, poiché le mie idee sono condivise anche da altri e sono opinioni sulle quali abbiamo discusso in precedenza.» 
Il giovane burocrate si girò verso il filosofo, e dal suo sguardo traspariva chiaramente una certa dose di aspettativa. «Il nostro numero è esiguo, però, e l’argomento non è tra quelli prioritari dell’assemblea. Se la questione non susciterà un interesse sufficiente tra gli Anziani, temo che verremo messi a tacere con facilità. Sapete bene come vanno queste cose.»
Darius rimase in silenzio, pensieroso. Rifletté per alcuni istanti ed infine si alzò, tirandosi in piedi con pacata lentezza. Porse il braccio al suo discepolo ed indicò l’edificio del Foro, alle loro spalle. 
«Vieni, è quasi ora. Sarà meglio avviarsi se non vogliamo fare tardi.»
Caer si alzò ed aiutò l’anziano a camminare, imboccando insieme a lui il viale che conduceva alle grandi sale del Senato. Rimasero in silenzio fino a che i colonnati del Foro Imperiale non furono vicini a sufficienza ed il vecchio senatore decise quindi di continuare da solo, ringraziando il più giovane per la gentilezza. 
Darius si avviò lentamente verso la scalinata di marmo bianco e senza voltarsi aggiunse solamente: «non importa se il numero è esiguo: verrete ascoltati e presi in considerazione, come è giusto che sia. Mi auguro solo che tu abbia scelto bene le parole.»