La Promessa
La fievole luce dell'alba cominciava appena ad accarezzare le mura di Caledh, avanzando per le strade come un manto silenzioso. Gradualmente le ombre cominciavano a ritirarsi incalzate dai raggi dorati provenienti da est, sottili dardi di fuoco ansiosi di trafiggere la terra.
Lo straniero fiutò l'aria, stringendosi addosso l'ampio mantello. Solo il rumore dei suoi stivali turbava il sonnolento silenzio della cittadina ancora tranquillamente addormentata nella sua culla verde ai piedi delle montagne. L'aria era umida e fresca ed una leggera foschia avvolgeva il borgo come un velo di torpore notturno, rendendo ogni cosa vaga e indefinita.
In quella regione il clima rimaneva umido e severo anche nel periodo estivo, il viandante lo sapeva, ma almeno il vento gelido e tagliente del nord lasciava in pace la vallata, disperdendo la sua furia tra le grandi montagne alle spalle della città, le più impressionanti di tutte le Terre Conosciute. Quelle catene montuose costituivano il confine estremo dell’Impero, ed anche il limite ultimo delle terre civilizzate. Oltre quella barriera la dominazione imperiale e la Vera Fede non erano ancora arrivate, ed i culti pagani sopravvivevano ancora.
Pochi passi ancora ed il forestiero svoltò, lasciando la via principale e scomparendo in un vicolo secondario. Si concesse alcuni attimi di pace, per quel che il suo stato d’animo gli permetteva, ed alzò gli occhi cercando invano l’azzurro del giorno prima. Tra le dense volute della nebbiolina che indugiava per le strade il cielo rimaneva nascosto, così come le nuvole che con le loro soffici ombre lo avevano accompagnato fino alla valle. Quando viaggiava gli piaceva paragonarsi a loro, anche se la sua vita non aveva niente del fascino o della poesia di quelle danzatrici del vento. Era solo un vagabondo come tanti altri, una di quelle persone senza nome che tante volte aveva visto morire in mezzo alla strada nell'indifferenza più assoluta, compresa la sua.
Scosse la testa, pensieroso. Già altre volte i suoi vagabondaggi lo avevano portato in prossimità di Caledh, ma in quelle occasioni aveva sempre tirato dritto senza esitazione, ed era la cosa più intelligente da fare. Non pensarci, gli suggeriva la memoria. Passa oltre, gli consigliava la prudenza. La curiosità in genere se ne stava zitta, oppure sussurrava così piano da risultare impercettibile.
Prima o poi, comunque, doveva succedere. In fondo era solo una breve sosta, si trattava di pochi giorni. Perché preoccuparsi tanto?
Nonostante questo pensiero il viandante ebbe di nuovo la tentazione di andarsene via e lasciar perdere tutto. Le mura di Caledh torreggiavano cupe su di lui come i giganti dei vecchi racconti, sembravano avere occhi e orecchie, osservare ed ascoltare, e quella sensazione non gli piaceva affatto.
Sin da quando aveva varcato i portali della città era stato immediatamente assalito da una penosa quantità di ricordi, una folla di ombre che aveva sperato di poter confinare negli anfratti bui della memoria. Giusto il tempo di scambiare qualche parola con le guardie assonnate all’entrata, rispondere alle solite domande di rito con alcune spiegazioni rapide e collaudate, pochi passi in silenzio per oltrepassare gli armigeri... ed eccoli lì, tutti quanti: i suoi demoni familiari. Nonostante gli anni ed i cambiamenti profondi esistono delle immagini che non sbiadiscono mai; se ne stanno semplicemente lì, in attesa di essere evocate per sfilarti davanti agli occhi, beffarde e irriverenti.
Rimanendo all’imboccatura del vicolo il viaggiatore volse lo sguardo sulla via principale, scrutando con circospezione: era ancora deserta, ma non dubitava che presto si sarebbe trasformata in un rumoroso fiume di voci e schiamazzi. Il nuovo giorno era ormai alle porte, insieme alla gente che di lì a poco si sarebbe riversata nelle strade diretta ai campi o alle botteghe.
Non era certo il caso di rimanere in zona, si disse subito, poi tirò un lungo respiro e si costrinse a restare calmo. Il suo sguardo indugiava ancora in strada, quella stessa strada che un tempo gli era stata così familiare. La memoria lo traghettava verso acque lontane, priva del timone della volontà; immagini fugaci gli si affollavano nella mente come in un sogno, senza che lui potesse porre un freno a quel flusso inarrestabile: scene di vita quotidiana, di allegria, di fiducia in un futuro che sembrava già scritto ed immutabile... poi, improvvisamente, immagini di paura, di fuga angosciante nella notte e nel silenzio, il rumore di ruote di legno che scricchiolavano, il ritmo inesorabile di zoccoli infangati che lo portavano via, sotto la pioggia, sempre più lontano...
Non era certo il caso di rimanere in zona, si disse subito, poi tirò un lungo respiro e si costrinse a restare calmo. Il suo sguardo indugiava ancora in strada, quella stessa strada che un tempo gli era stata così familiare. La memoria lo traghettava verso acque lontane, priva del timone della volontà; immagini fugaci gli si affollavano nella mente come in un sogno, senza che lui potesse porre un freno a quel flusso inarrestabile: scene di vita quotidiana, di allegria, di fiducia in un futuro che sembrava già scritto ed immutabile... poi, improvvisamente, immagini di paura, di fuga angosciante nella notte e nel silenzio, il rumore di ruote di legno che scricchiolavano, il ritmo inesorabile di zoccoli infangati che lo portavano via, sotto la pioggia, sempre più lontano...
Il cigolare di un carretto lo riportò alla realtà, interrompendo il corso dei suoi pensieri. Aveva perso troppo tempo. Alcuni mercanti cominciavano ad arrivare con i loro carrettini e già qualcuno iniziava a preparare il suo bancone, resuscitando la città a poco a poco. Era forse giorno di fiera? Non ricordava, ma comunque non aveva importanza: era meglio sbrigarsi. Ormai l'ultimo respiro della notte si era spento, lasciando definitivamente il passo alla calda luce del sole.
Si addentrò nel vicolo e percorse con sicurezza altre stradine tortuose e poco frequentate. Rapido e determinato raggiunse il nucleo più antico della città, la zona più povera, trascurata e malfamata di tutta Caledh. Oltrepassò incurante varie costruzioni in piena decadenza, edifici diroccati e privi di tetto le cui travi si protendevano verso il cielo come le costole spezzate della terra. Ovunque affioravano delle orrende baracche ed una moltitudine di capanne dall’aspetto assai poco accogliente, appoggiate l’una sull’altra come se una mano enorme le avesse ammassate e pigiate alla rinfusa tra gli squallidi edifici in muratura.
Era persino peggio di come ricordava, constatò. Ogni cosa in quel centro antico appariva grigia e immobile, ammuffita e dimenticata da tempo. Ad ogni modo, nonostante la calma apparente il vagabondo sapeva che i suoi movimenti erano probabilmente seguiti da vari occhi nascosti ed insonni. Era ormai entrato nella Città Vecchia, un mondo silenzioso che viveva affamato in attesa della notte, quando i bordelli e le bettole aprivano le porte ed i giovani benestanti delle altre zone cominciavano ad arrivare, in cerca di emozioni forti ed esperienze proibite.
Era persino peggio di come ricordava, constatò. Ogni cosa in quel centro antico appariva grigia e immobile, ammuffita e dimenticata da tempo. Ad ogni modo, nonostante la calma apparente il vagabondo sapeva che i suoi movimenti erano probabilmente seguiti da vari occhi nascosti ed insonni. Era ormai entrato nella Città Vecchia, un mondo silenzioso che viveva affamato in attesa della notte, quando i bordelli e le bettole aprivano le porte ed i giovani benestanti delle altre zone cominciavano ad arrivare, in cerca di emozioni forti ed esperienze proibite.
Affondò la testa nel cappuccio e proseguì, augurandosi di non destare l’interesse di qualche malintenzionato. Si inoltrò con passo apparentemente sicuro in quel caos incredibile, fingendosi a suo agio ed evitando di guardarsi intorno. Non incontrò nessuno lungo il cammino ed i suoi passi, benché leggeri, suonavano alle sue orecchie come un pericoloso affronto al silenzio antico di quelle vie. Ogni istante sembrava allungarsi per via della preoccupazione e la tensione cresceva man mano che lui avanzava. Fu felice quando in fine si fermò, riconoscendo l’entrata di un pericolante edificio.
Era l’edificio che cercava.
Tutto era rimasto come una volta, persino il portone. Si sforzò di allontanare i brutti presentimenti e bussò, rimanendo in attesa.
Nessuno rispose. L'edificio sembrava deserto e il vagabondo cominciava a temere di non trovare più le persone che sperava. Dopotutto era possibile, lo sapeva. Forse erano passati troppi anni per...
I suoi nervi si tesero di colpo. Mentre attendeva davanti ai battenti chiusi qualcuno passò, camminando in fretta all'altro lato della strada. Il viandante non si voltò a guardare ma percepì distintamente il peso di quegli occhi su di sé, che sembravano indugiare volutamente. Rimase immobile, aspettando che il rumore di quei passi scomparisse del tutto, poi lanciò un’occhiata furtiva alle sue spalle: la strada era di nuovo deserta.
Bussò ancora con poche speranze e stava quasi per andarsene quando, alla fine, dei rumori dall'interno gli indicarono che qualcuno stava scendendo le scale. Ci fu uno scalpiccìo di piedi leggeri, poi il paletto fu sollevato ed il portone si aprì, cigolando sui vecchi cardini arrugginiti.
Apparve un'esile figura che sembrava assolutamente fuori luogo in un posto come quello, ed il viandante pensò che lo sarebbe stata anche nella maggior parte delle altre città dell'Impero. La ragazza aveva i tratti tipici dei pagani del nord, nonostante la bassa statura non combinasse con l'immagine diffusa che si aveva di quelle genti al di là delle montagne. I lunghissimi capelli color paglia incorniciavano un visetto quasi da bambina, ricadendole sulle spalle minute e scendendo fino ai fianchi, lisci come seta. La pelle chiarissima le conferiva una parvenza di estrema fragilità, accentuata dal lungo vestito verde e di taglio scadente che nascondeva totalmente le sue forme. Guardò il viandante con aria interrogativa e rimase in attesa, fissandolo incuriosita e per niente a disagio, nonostante la fiducia fosse un lusso che era meglio non concedersi in quella parte della città.
Il vagabondo la fissò a sua volta, scrutando i lineamenti delicati della giovane. Non era più una bambina ma l’espressione gentile e sicura era sempre quella di un tempo. Un lieve sorriso gli increspò le labbra e si dimenticò per un attimo di tutti i rischi e le difficoltà del viaggio. Si domandò se anche lei lo avrebbe riconosciuto alla prima occhiata. A differenza della ragazza lui era molto cambiato, e non certo in meglio, si disse con amarezza... ma si sforzò di allontanare quei pensieri.
«Non mi lasci entrare?» le chiese quindi dolcemente. Alzò un poco il largo cappuccio che gli celava il viso e la ragazza sussultò, riconoscendo la voce prima ancora di vederlo in faccia. Si illuminò come se avesse ricevuto un dono lungamente atteso.
«Glenn!» esclamò subito. «Lo sapevo che prima o poi... ne ero certa! Lo sapevo!»
Si protese per abbracciarlo ma lui la fermò, ponendosi un dito sulle labbra e sbirciando di nuovo alle proprie spalle, con fare guardingo.
Si protese per abbracciarlo ma lui la fermò, ponendosi un dito sulle labbra e sbirciando di nuovo alle proprie spalle, con fare guardingo.
«Non qui» le sussurrò, «andiamo in casa.»
Spinse delicatamente la ragazza nel portone ed entrò, chiudendosi dietro i vecchi battenti di legno.
Una volta dentro si tranquillizzò, rincuorato dal fatto di essere al chiuso. Abbassò del tutto il cappuccio impolverato e guardò la ragazza che gli sorrideva, quasi non riuscisse a credere di poterlo fare di nuovo.
«Quanto tempo è passato» sospirò, scostandosi dal viso le lunghe ciocche di capelli corvini, resi opachi dalla polvere della strada che in un certo senso definiva tutto di quel personaggio smarrito. Il suo volto rivelava un passato duro, di privazioni, ed i suoi occhi grigi erano due luci quasi spente, fievoli testimoni di ombre molto allungate. Avrebbe voluto dire tante cose ma le parole gli morivano sulle labbra senza produrre alcun suono.
«Quanto tempo è passato» sospirò, scostandosi dal viso le lunghe ciocche di capelli corvini, resi opachi dalla polvere della strada che in un certo senso definiva tutto di quel personaggio smarrito. Il suo volto rivelava un passato duro, di privazioni, ed i suoi occhi grigi erano due luci quasi spente, fievoli testimoni di ombre molto allungate. Avrebbe voluto dire tante cose ma le parole gli morivano sulle labbra senza produrre alcun suono.
«Il tempo è così importante per te?» gli chiese allora lei, semplicemente. Lo osservò ancora per un attimo poi si avviò su per le scale, facendogli segno di seguirla. Senza smettere di salire si voltò verso di lui ed aggiunse, con la naturalezza di chi sta dicendo una cosa ovvia: «avevi promesso, non ricordi?»
Si avviarono su per le vecchie rampe di scale, illuminate solo di tanto in tanto dalle rare finestrelle a grate che davano sulla strada. Salirono fino ad arrivare ad una angusta soffitta dalla porta bassissima, più adatta forse ad uno gnomo che ad una persona. Entrarono senza bussare, dato che la porticina era socchiusa.
Brennan era seduto di spalle, curvo su una scrivania coperta di vecchie carte che era intento a studiare per l'ennesima volta. La rada barbetta era grigia e trascurata esattamente come i pochi capelli che ancora resistevano, e profonde rughe gli solcavano la fronte indicando un'età approssimativa di una sessantina d'anni, o giù di lì. Sembrava talmente assorto nella lettura da non potersi accorgere di nulla intorno a sé finché, sentendo il rumore dei passi di due persone, alzò la testa e si voltò lentamente, infastidito, aspettandosi di vedere qualche guardia che veniva per la solita ispezione, o qualcosa del genere. Quanti controlli inutili, pensò. Il governatore poteva tranquillamente fare a meno di frugare nelle tasche dei poveri, tanto sapeva già quello che avrebbe trovato.
Aveva già assunto la sua classica espressione di deferenza tipica di quando parlava con le autorità quando, contrariamente a quel che si aspettava, vide Glenn. Si stropicciò gli occhi per osservare meglio quello straniero dall'aria vagamente familiare, ma la memoria non lo aiutò a riconoscere il visitatore.
Accennando il sorriso più amichevole che poteva si alzò dalla scrivania e si diresse verso l’inatteso ospite, squadrandolo da capo a piedi per cercare di capire chi fosse. Lo studioso era in parte felice, visto che un attimo prima aveva temuto la visita dell’esattore delle tasse o anche peggio. Continuò a fissare la strana figura vestita di nero fino a che la nipote non gli svelò l’identità del vagabondo.
«Accidenti ragazzo, vedo che gli anni passano anche per te! Non rimanere sulla porta, entra e siediti, sei il benvenuto qui!»
Così dicendo il vecchio gli porse un piccolo sgabello di legno che non sembrava certo l'ideale in fatto di comodità. Brennan si sedette accanto a lui su di un altrettanto scomodo sgabello, senza smettere neanche per un attimo di parlare.
«Ti trovo bene» mentì, «però sei cambiato così tanto che quasi non ti riconoscevo! L’ultima volta che ti ho visto eri un ragazzetto alto così, coi capelli dritti ed arruffati. Dannazione, come passa il tempo! Sei riuscito a farmi sentire vecchio, lo sai?» Gli sorrise di nuovo amichevolmente e cambiò posizione per stare più comodo. Anche il ragazzo sorrideva: il vecchio Bren era ancora esattamente come ricordava.
Nelle ore che seguirono Brennan si profuse in discorsi sulla politica, sulle condizioni del popolo e sulla tirannia nelle città assoggettate all’Impero, filosofeggiando su tutta quella serie di argomenti morali e sociali di cui Glenn si disinteressava totalmente, e che esulavano dalle sue preoccupazioni e dalla sua visione del mondo. Non perdeva mai tempo con dissertazioni di quel genere. In fin dei conti, quale potere aveva lui, Brennan o qualunque altro poveraccio anonimo come loro di alterare qualcosa di significativo nel mondo in cui vivevano? Discutere di miseria e povertà serviva solo ad intristirsi ulteriormente e Glenn, come molti altri, preferiva semplicemente chiudere tutti quei discorsi fuori dalla porta della sua coscienza e dedicarsi alla vita in maniera più spicciola ed immediata. Era nato in quell’epoca e ci sarebbe morto, e nulla sarebbe cambiato, di questo era sicuro, quindi se ne stava annoiato e distratto ad ascoltare tutte quelle chiacchiere sui danni che la condizione di vassallaggio procurava ai Feudi del Nord, le pretenziose considerazioni sulla dominazione imperiale, sulla politica, e tutti gli altri argomenti ammuffiti e privi di utilità che i vecchi amavano tanto. Pareva quasi che provassero un gusto perverso a rigirare il coltello nella piaga. Cose da poveri, pensava Glenn. Discorsi vuoti e già sentiti milioni di volte in ogni posto in cui si fermava, osterie e taverne di ogni città... poi la nottata e la birra finivano e tutto continuava sempre uguale, che si discutesse oppure no. Era solo fiato sprecato.
Di tanto in tanto reprimeva uno sbadiglio che sarebbe apparso scortese mentre l'amico parlava, e intanto rifletteva su sé stesso. Non sapeva neanche più da quanto tempo vagava nelle regioni settentrionali dell'Impero, vagabondando per i Feudi e persino in alcune zone delle terre confinanti. Aveva vissuto di espedienti in molte di quelle città che Brennan menzionava e che probabilmente non aveva mai visto, ed anche in molti altri posti che lo studioso conosceva a malapena, come le violente Città di Frontiera, insediamenti senza nome e senza legge oltre il confine ovest, dove iniziavano le regioni inospitali per le quali l'Impero non aveva ancora mostrato interesse e dove forse Glenn si sentiva più a suo agio.
Trovava banale ed inutile quella conversazione ma teneva per sé ogni considerazione di quel tipo. Per rispetto annuiva ed ascoltava, si limitava a qualche commento ovvio e necessario, di tanto in tanto, e sempre con fare accondiscendente si sforzava di sorridere e reprimere tutto il veleno ed il sarcasmo perché Brennan era un amico, ed era ormai l’unica figura paragonabile ad un parente che gli restasse, o che potesse sperare di avere.
Trovava banale ed inutile quella conversazione ma teneva per sé ogni considerazione di quel tipo. Per rispetto annuiva ed ascoltava, si limitava a qualche commento ovvio e necessario, di tanto in tanto, e sempre con fare accondiscendente si sforzava di sorridere e reprimere tutto il veleno ed il sarcasmo perché Brennan era un amico, ed era ormai l’unica figura paragonabile ad un parente che gli restasse, o che potesse sperare di avere.
L’aria intanto si era fatta più calda e l’ora di pranzo non era poi così lontana. La fame cominciava a farsi sentire e Brennan sospirò, con un’espressione rassegnata ed impotente. Il fervore con il quale difendeva le sue teorie politiche scomparve gradualmente dal suo volto come una nuvola allontanata dal vento, per lasciare il posto a ben altre considerazioni. Tacque un minuto, forse per scegliere le parole.
«Sono contento che tu sia qui, ragazzo mio, ma temo che questo sia un brutto momento per le visite» disse infine con aria impotente. «Ultimamente il governatore è più avido del solito e non posso accoglierti come vorrei. Dovrai accontentarti del poco che c’è.» Si guardò intorno come per sottolineare le ultime parole, poi scosse il capo, lentamente. «Sono tempi tristi, davvero, e pare che peggiori ad ogni giorno che passa. La gente china la testa sotto un giogo molto pesante, specialmente qui nella Città Vecchia. Non ti nascondo che ho pensato molte volte di andarmene via.»
Il giovane teneva lo sguardo rivolto alla piccola finestra aperta, con quell’espressione assente, quasi malinconica, che sembrava non abbandonarlo mai. Improvvisamente Brennan provò pena per lui, ben conscio di cosa avesse passato, e rimase ad osservarlo in silenzio. Quello sguardo triste e distaccato sembrava spaziare in una cupa realtà che apparteneva soltanto a lui, e nella quale si perdeva fin troppo profondamente.
«Be’, vedo che non hai molta voglia di parlare» disse allora lo studioso. «È comprensibile. Chissà quanta strada avrai fatto per venire qui. Vieni, ti mostro la tua stanza.»
Fece per alzarsi ma il ragazzo lo fermò con un gesto della mano.
«No, non preoccuparti, non sono stanco. Sto bene qui. Stavo solo pensando.»
«Vuoi che ti lasci solo, allora?»
Glenn lo fissò per un attimo, in silenzio, poi accennò un sorriso strano e rassegnato. Non lo siamo forse tutti, amico mio? Pensò tristemente.
Glenn rimaneva in silenzio, mentre l’altro lo fissava. Si chiedeva che cosa il vecchio pensasse realmente di lui, al di là dei modi gentili con i quali lo aveva accolto. Comunque sia, Brennan aveva avuto la delicatezza di non fargli domande, e per questo gli era davvero grato. In quel momento non aveva nessuna voglia di raccontare come aveva vissuto negli ultimi anni.
Brennan mandò la nipote in cucina a cercare qualcosa da mangiare e la ragazza rientrò portando solamente del pane e un po’ d’acqua: tutto quello che era riuscita a trovare. Li depose sul tavolo e si diresse verso la porta, prendendo la mantellina appesa al muro.
«Vado a comprare qualcosa al mercato» annunciò, «o non avremo niente da mangiare né per pranzo, né per cena.»
Detto questo uscì, con in mano ben poche monete. Glenn si chiese in che modo quei due riuscissero a tirare avanti, ma anche lui si guardò bene dal domandare. Si soffermò invece ad osservare la snella figura della ragazza, seguendola con lo sguardo finché non se ne fu andata. Brennan lo notò e sorrise fra sé, spezzando con le mani il pane che già accennava ad indurirsi.
«Lei ha sempre sostenuto che saresti tornato.» Si versò dell’acqua e ne versò anche a Glenn, porgendogli il bicchiere. «Diceva sempre che glielo avevi promesso, o qualcosa del genere. Quella ragazza è più testarda di un mulo quando ci si mette, e non sente ragioni. A volte rischia di contagiare anche me con tutta quella sua sicurezza… sempre così speranzosa, così piena di aspettative.» Il vecchio fece una pausa e sorrise di cuore, pensando alla nipote secondo il ritratto gioioso che aveva appena delineato. Poi aggiunse, con un'alzata di spalle: «mi chiedo come faccia a sognare in un posto come questo.»
Brennan continuava a parlare ma Glenn si era di nuovo chiuso in sé stesso e non lo ascoltava più. Ritornava invece con la memoria ad eventi lontani, li riviveva tristemente, impotente. Avrebbe voluto allontanare quei ricordi ma era come se una corrente incontrollabile lo trascinasse indietro nel tempo, travolgendolo senza alcuna possibilità di fuga. Il suo passato gli sfilava davanti in un caleidoscopio di immagini crude e allucinate. Odiava quella sensazione: era come trovarsi di nuovo là. Ogni cosa sembrava assurda e terribile e lo faceva sentire sempre più stanco della vita, come se da essa avesse avuto soltanto dolore e privazioni. Però non era così, si ripeteva ostinatamente. Non voleva accettare che fosse così. Forse era soltanto il grigiore del tempo che faceva sbiadire a poco a poco i momenti felici, lasciando vivide nella memoria soltanto le ferite più profonde.
Sentendo su di sé le dolorose zanne del passato, accettò in silenzio quel morso venefico dal quale, del resto, non era mai riuscito a difendersi adeguatamente. Purtroppo non c’era modo di confinare quelle immagini nella dimenticanza. Ricordò nitidamente le parole di suo padre, in uno degli ultimi giorni che avevano passato insieme, e con essa ricordò anche lo sguardo fiero e sicuro del genitore che lui non aveva ereditato: “prima o poi ci si trova a prendere delle decisioni che mettono in gioco tutta la nostra vita. Sappiamo sempre qual é la scelta giusta, bisogna solo essere disposti a pagarne il prezzo.”
Strinse i pugni così forte da far quasi sbiancare le nocche. Di sicuro era stato pagato il prezzo più alto, si disse con rancore. Chiuse gli occhi e rivide il volto austero del padre, come ogni volta, con la barba scura ed i capelli corvini come i suoi in netto contrasto con la lucida armatura risplendente al sole.
Stupido pazzo! gli gridò contro Glenn con tutta l’anima, respingendo quell’immagine dentro di sé mentre i ricordi lo tormentavano come demoni crudeli. Tutto ciò che possedeva era andato in fumo in un solo istante, come in una terribile partita col destino di cui ancora gli sfuggiva il senso. Di ogni progetto, ogni sogno, non restava altro che un’ombra lacera e consunta. E per che cosa? Soltanto il dolore rimaneva, alla fine. L'unico compagno che non lo abbandonava mai, l'unica cosa che non gli sfuggiva come sabbia tra le dita.
Forse era proprio quello l'unico punto fermo della sua vita, pensò Glenn, prendendo l’acqua che l'amico gli porgeva.
Vuotò il bicchiere e rimase a fissarne le sfaccettature, ripensando alle parole di Brennan. Quale ironia! Aveva quindi mantenuto la parola data? Aveva fatto veramente questo, dopo tutto quel tempo?
Riflettendo sulle motivazioni di tutto, concluse che probabilmente non era così. Indipendentemente da cosa pensava lei.
Eileen.
Eileen.
Nella sua mente formulò il nome della ragazza per esteso, e si accorse che suonava ben poco familiare. Inarcò un sopracciglio e si disse subito che preferiva continuare ad usare il diminutivo, come faceva una volta.
L’aveva sempre chiamata Leen, e per lui erano solo quelle quattro lettere che individuavano la fiduciosa, sognatrice, unica vera amica che aveva. Richiamavano l’immagine dolce dell'unica persona che si fidasse veramente di lui e che parlasse di promesse, credendoci sul serio.
Depose il bicchiere sul tavolo e ripensò al viso della ragazza in quell’ultimo fugace saluto di tanti anni prima, quando erano soltanto due bambini impauriti, spettatori e vittime di avvenimenti più grandi di loro. Quanta paura aveva provato quella notte, quanto dolore, odio, rabbia, e mille altre sensazioni che un bambino non dovrebbe conoscere mai.
Eileen era lì, e lo fissava con quel fare enigmatico e indecifrabile che la caratterizzava già da allora, e Glenn avrebbe dato qualsiasi cosa per sapere quali fossero le parole più giuste da dirle, che credeva anche le ultime.
«Tornerò, vedrai» le aveva detto con poca convinzione mentre montava sul cavallo che era stato di suo padre, un forte e fiero animale che, dopo una carriera ben più eroica, si ritrovava in fine a trainare un umile carro di contadini. L’animale aveva sbuffato ma quasi non si era accorto del ragazzino che si era inerpicato sul suo dorso. Glenn si era assestato sulla sella e poi aveva dato un’occhiata in basso.
«Leen, non guardarmi così... io torno. Quando sarà tutto a posto.»
La ragazzina lo aveva fissato con i suoi grandi occhi verdi, senza dire una parola, apparendo ancor più fragile sotto la pioggia che cadeva indifferente.
«È una promessa» aveva aggiunto, e quella fu l'ultima cosa che le disse.
«A quando sarà tutto a posto, allora» aveva risposto infine lei, con un velo di tristezza. Lui aveva annuito e poi si era voltato, sprofondando nel mantello affinché lei non lo vedesse piangere.
Il ricordo di quella sera era indelebile nell’anima di Glenn come nessun’altro momento della sua vita. L’odore della pioggia, il rumore del temporale che copriva ogni cosa come un sudario steso sul mondo, l’umidità che penetrava fin nelle ossa mentre il carro oltrepassava le porte della cittadina, i soldati nervosi che facevano cenno di sbrigarsi, ed i suoi occhi di bambino che osservavano per la prima volta la strada buia snodarsi fuori dalle mura di Caledh, come un lungo serpente nero diretto verso un futuro ancor più oscuro.
«Buona fortuna, ragazzo... e abbi cura di tua madre» gli aveva detto una guardia accostandoglisi, poi tutti gli armigeri si erano spostati per farli passare, con gli sguardi carichi di preoccupazione sotto gli elmi gocciolanti. Ricordava ancora perfettamente il rumore della pioggia che picchiettava sulle armature e le cotte di maglia di quegli uomini, tutte persone che avevano rischiato molto quella notte affinché lui e sua madre potessero fuggire dalla città. Conosceva il nome ed il volto di ognuno di quei soldati e negli anni seguenti aveva tentato a lungo di dimenticarli, insieme a tutto il resto.
Quella notte se n’era andato in silenzio, con la morte impressa nel cuore e nella memoria, convinto che sarebbe stata l’ultima volta che vedeva Caledh. Aveva deciso che non si sarebbe più voltato a guardare indietro, così si era stretto cocciutamente al collo del cavallo ed aveva chiuso gli occhi, concentrandosi sul rumore del carro appena dietro di lui e desiderando soltanto di potersi nascondere da tutto, scomparire alla vista, anche se intimamente sapeva che due occhi verdi lo avrebbero seguito ugualmente, sotto la pioggia e fino alla fine dei suoi giorni, ed era forse quello il dolore più grande.
La piccola Leen era rimasta ad osservarlo ai margini della via, con i capelli bagnati ed incollati al viso. Glenn non aveva potuto vedere le lacrime che le rigavano le guance, ma in qualche modo aveva sentito su di sé il suo sguardo che lo accompagnava fin nell’oscurità più fitta, oltre i portali cittadini, fin quando lui non fu nient’altro che un puntino indistinto tra le ombre della notte.
«Be’, ragazzo, forse è meglio che tu ti riposi un poco. Non mi sembri molto in forma.»
Così dicendo il vecchio si alzò ed afferrò Glenn per un braccio, come per sollevarlo dai suoi cupi pensieri più che dal piccolo sgabello. Senza badare alle proteste del giovane lo tirò in piedi e lo condusse nel corridoio, prendendo una lampada ad olio da uno scaffale sulla parete.
«È meglio che tu ti faccia qualche ora di sonno, fidati, il viaggio dev’essere stato duro e sono certo che sarai stanco, nonostante quello che dici.»
Gli indicò una scaletta che portava nel sottotetto e gli fece cenno di seguirlo. Poi, fermandosi e voltandosi di nuovo, aggiunse: «Sai, vorrei poterti dire che qui sei come a casa tua… ma spero che casa tua sia molto meglio!»
Gli sorrise come al figlio che non aveva mai avuto, poi si avviò tranquillamente sugli scricchiolanti gradini di legno. Glenn lo seguì perplesso, senza dire una parola.
Arrivarono ad una angusta stanzetta il cui mobilio era costituito solamente da una vecchia sedia mezza mangiata dai tarli ed un lettino ben poco invitante.
«Puoi dormire qui» gli disse Brennan entrando. «Quando il pranzo sarà pronto ti verrò a chiamare. Per il momento, ti auguro un buon riposo.»
Detto questo si congedò, chiudendosi dietro la cigolante porticina e lasciando Glenn da solo, in compagnia dei suoi pensieri.