Il capitano Arkam

«Non così, maledizione! Non lo vedi che è troppo vicino?» sbottò il capitano. Il soldato si ritrasse ed appoggiò a terra l’estremità del bastone che stava usando per l’allenamento. Il compagno fece altrettanto mentre i mormorii nella sala d’armi si abbassavano di tono. I passi del capitano rimbombavano sinistri in quello stanzone quasi vuoto e dal soffitto alto, il cui unico arredamento era costituito da alcune rastrelliere con armi di varia foggia, addossate alle pareti, ed alcuni vecchi scudi appesi al muro per mostrare gli stemmi delle varie casate. Arkam si avvicinò ai due e strappò di mano l’asta al soldato che aveva appena redarguito. 
«Sei nuovo, vero? Non mi ricordo della tua faccia.» 
«Sono qui da una settimana, signore.» 
«Immaginavo. Bene, tieni a mente due cose fondamentali, quando usi un’arma di questo genere: la prima è che è un’arma lunga ed ingombrante, e va usata in una certa maniera. La seconda è che quando si usano le armi nella maniera sbagliata si muore come un cane, oppure si fanno morire i compagni, e non c’è cosa che mi irriti di più di quando perdo dei soldati per colpa dell’inettitudine di uno di loro. Ci siamo capiti?» 
«Perfettamente, signore» rispose il nuovo arrivato, con la fronte imperlata di sudore. 
«Dai qua, e guarda come devi fare.» 
Il capitano gli strappò di mano l’asta da allenamento e con un cenno del capo si rivolse all’altro armigero, che subito si mise in posizione da combattimento con una certa dose di preoccupazione nello sguardo. Nella sala d’armi i mormorii si accesero di nuovo, con frasi canzonatorie e commenti di vario tipo, e c’era anche chi scommetteva su quanto tempo sarebbe durato il malcapitato, o su quanti assalti sarebbero serviti. 
Il capitano mosse alcuni passi intorno al suo avversario e notò con disappunto che questi non aggiustava a dovere l’allineamento della propria arma, o la posizione, per garantirsi una copertura adeguata ad ogni nuova angolazione. Se quel soldato fosse stato un combattente esperto il capitano avrebbe potuto supporre che i buchi nella difesa erano stati lasciati di proposito, delle trappole per invitare un certo tipo di attacco, ma in questo caso si trattava soltamente di geometrie maldestre, o errate, e di un novizio. Arkam scosse la testa e poi lo colpì di punta in pieno petto, con un rapido affondo che andò a segno senza problemi. Il soldato arretrò di qualche passo, tossendo, spinto dalla forza del colpo. 
«Idiota! Se avessi mirato alla gola adesso potresti essere morto, anche con questo stupido bastone coperto di stracci!» Arkam gettò a terra l’arma da allenamento e richiamò l’attenzione generale, zittendo i mormorii all’istante con un gesto della mano. 
«Ascoltatemi bene, tutti quanti. È vero che la nostra città è ormai tranquilla da alcuni anni, e spero anche che questa situazione duri ancora a lungo. Cionondimeno, se qualcuno di voi si è arruolato qui pensando di assicurarsi un piatto di zuppa giornaliero e senza troppo sforzo, vi assicuro che avete capito molto male. Un guerriero apprezza la pace, perché sa che la guerra lo metterebbe in prima fila tra quelli che si avviano a conoscere di persona i Giudici degli Inferi. Allo stesso modo, però, un guerriero deve temere la pace, i periodi tranquilli, perché rischia di rammollirsi!» 
Il capitano aveva alzato gradualmente la voce fino a rimarcare gridando le ultime parole. Fece scorrere lo sguardo severo sul gruppo presente in sala, e prima che potesse aggiungere qualcos’altro la sua attenzione fu richiamata da una guardia che proprio in quel momento apparve sulla soglia del salone per gli allenamenti. 
«Che cosa c’è, ora?» chiese Arkam spazientito. 
La guardia lo informò che giù in strada qualcuno lo attendeva ed il capitano sbuffò, già immaginando chi potesse essere. Imprecò tra sé e sé e poi si girò un’ultima volta verso i soldati in addestramento, puntandogli contro un dito accusatore. «Per le Ombre! Vi garantisco che se vedo nuovamente una vocazione al suicidio come quella che ho visto oggi, a voi due vi mando a lavorare immediatamente nelle cucine delle caserme, e ci rimarrete a lungo. E adesso muovetevi, che cosa avete da guardare? Ricominciate, forza!»