L'Impero

Il caldo afoso e l'aria ferma dell'immensa città erano quasi leggendari come il suo nome, che però pochi usavano per l'abitudine di definirla semplicemente il Centro del Mondo. Dalla finestra del suo studio, nei piani superiori del palazzo, il cardinale guardava in silenzio la splendida capitale dell'Impero che ormai dominava quasi tutte le Terre Conosciute e che portava ovunque, insieme alle sue conquiste, la parola dell'Unico Dio, la religione universale: la Vera Fede. Il religioso era solito riflettere con lo sguardo perso sulla vastissima città, spaziando su di essa fin dove gli occhi gli permettevano di arrivare, ben sapendo che comunque non avrebbe potuto vederne la fine. Amava starsene lì, assorto in contemplazione, ma quel giorno si trovava in quella stanza per ben altro fine. 
«Vostra eminenza, è permesso?»
«Entra pure» rispose il cardinale senza nemmeno girarsi, riconoscendo la voce del suo servitore personale.
Il servitore entrò e richiuse la porta dietro di sé, badando a non far rumore. «Il senatore Caer è in attesa, eminenza. Volete riceverlo nella sala delle udienze?»
«Fallo salire.»
«Qui, nello studio?»
Il cardinale si volse con sguardo severo ed il servitore saggiamente non replicò, affrettandosi ad indietreggiare fino alla porta. «Subito eminenza.»
Il senatore Caer era un uomo robusto, in netto contrasto con l'esile figura del cardinale, ma qualunque osservatore già alla prima occhiata non avrebbe avuto dubbi su quale dei due personaggi incutesse più timore e soggezione. Il religioso, con la sua voce atona, invitò il senatore a sedersi al piccolo tavolo dello studio ed il burocrate non se lo fece ripetere. Lo studio del cardinale era semplice, totalmente privo di elementi sfarzosi e oggetti ornamentali, e Caer aveva sempre trovato contraddittoria quella sobrietà quasi ostentata delle alte schiere religiose, uomini talmente potenti che potevano influenzare le decisioni dell’Impero. Ma del resto la Vera Fede era piena di contraddizioni e non era certo questa la più vistosa.
«Vi ringrazio di avermi ricevuto, eminenza. Non vorrei abusare troppo del vostro tempo prezioso, quindi, se non vi dispiace, andrei subito al punto.»
«Non vedo perché dovrebbe dispiacermi. Parlate pure.»
Il cardinale sedette a sua volta ed il giovane statista diede inizio alla conversazione, ignorando lo sguardo caustico e diffidente del suo interlocutore.
«Come ben sapete, l’Impero ha raggiunto ormai proporzioni colossali e ci sono molte provincie che vengono spesso trascurate. La situazione non giova all'Impero e neanche alla Fede.»
«Mi sembrava d’aver capito che volevate saltare i preamboli, senatore.»
«Infatti. Il discorso verte su di una di queste province lontane e mal gestite. Un territorio sotto la responsabilità del senatore Tirus.» 
Caer fece una pausa, riflettendo su quale fosse la maniera più appropriata per presentare l’argomento, infine optò per un approccio diretto e senza fronzoli. «Per quel che riguarda i propri affari Tirus è un uomo abile, ma quando si tratta di servire l’Impero e gestire gli interessi comuni la cosa cambia radicalmente. Ha semplicemente dimostrato di non essere all'altezza del compito, o di disinteressarsene, che è anche peggio. La questione non passa più inosservata e vari membri del Senato ormai manifestano insoddisfazione.»
L'espressione del cardinale era impassibile e rimase tale mentre il senatore continuava a descrivere problemi politici relativi a territori distanti e privi di interesse per l'alto prelato. Caer si chiese se non fosse stato un errore richiedere quell'incontro privato con l'essere scarno ed inquietante che gli stava davanti, ed alla fine si interruppe per rielaborare i pensieri e le nozioni utili.
«Caro senatore» interloquì allora il cardinale, alzandosi dal tavolo e dirigendosi nuovamente alla finestra. Volse volutamente le spalle al burocrate, come a sottointendere che l’argomento non lo riguardava. «La Vera Fede è interessata alle questioni dello spirito, e non ai problemi organizzativi dell'Impero. Sinceramente, non capisco il motivo di questa vostra visita.»
Il senatore però non si fece impressionare. Si era aspettato un atteggiamento del genere: la tipica superiorità sprezzante di quei personaggi avvolti in tonache ariose, che sembravano fare di tutto per risultare sgradevoli. C’era comunque una scappatoia classica in quelle conversazioni, ed era il punto in cui i ragionamenti convergevano sempre. Caer la utilizzò senza indugio. 
«l'Impero è l'espressione della Fede, caro cardinale. Dovunque ci sia l'Impero la Sacra Parola viene diffusa. È quindi anche interesse della Vera Fede che l'Impero prosperi e continui ad espandersi, non siete d'accordo?»
Ma il cardinale non era certo da meno del burocrate e continuò ad ostentare uno sdegnoso disinteresse, con aria palesemente distaccata e con silenzi abilmente calcolati. 
«L'Impero è già molto esteso ed arriva fino ai limiti estremi del mondo civile, del quale le province di cui parlate fanno parte a malapena. Che cosa volete, senatore? Siate più specifico.»
Caer intreccio le dita e vi appoggiò sopra il mento, un gesto che faceva spesso quando cercava di convincere qualcuno e favorire un’atmosfera d’intesa, in situazioni confidenziali ed in tavoli privati simili a quello. Sorrise impercettibilmente, pienamente a suo agio tra le mille finezze della retorica. 
«Per ora posso dirvi che il Senato focalizzerà presto la sua attenzione sulle mancanze del senatore Tirus, in quella provincia dove i problemi sono molteplici. Ad esempio, esiste un fronte di ribelli che agisce indisturbato da anni in quelle terre, facendo danni ed oltraggiando l'Impero con pretese assurde di autonomia. I governatori delle città sono per lo più gli stessi feudatari che già governavano prima dell’occupazione e non sono certo degli estimatori delle direttive imperiali. I tributi non arrivano come dovrebbero ed i controlli sono vaghi. La città di Tarn, che l'Impero ha scelto come capitale di quella provincia, è praticamente ininfluente e mantiene pochissimi contatti con le altre città governative.» 
Caer si protese oltre il bordo del tavolo mentre il cardinale si girava e sosteneva il suo sguardo, la magra figura che si profilava come una lama avvolta nel velluto rosso, stagliata sullo sfondo della gigantesca metropoli incorniciata dalla finestra aperta. Le due acute personalità cercavano di prevalere durante ognuno di quei brevi silenzi carichi di tensione, i momenti fugaci in cui entrambi riflettevano in fretta su quel che sarebbe stato più conveniente dire, o tacere. 
«L’elenco potrebbe continuare» concluse infine Caer «ma la sostanza è semplice, eminenza: la mano dell'Impero è debole al nord, e lo stesso vale per la Fede.» 
Il burocrate tornò ad abbandonarsi sullo schienale della sedia, ed aggiunse: «forse non è abbastanza specifico?»
Il cardinale non accolse la provocazione e si limitò ad annuire, con aria vaga. «Ho già sentito di questa insolita questione dei ribelli, nella provincia che voi dite. Dei contadini che non erano in grado nemmeno di dar fastidio ad una singola città e che ora, non si sa come, riescono ad impensierire un intero territorio assoggettato. Una preoccupazione da discutere addirittura in Senato, da quel che mi dite.» 
Il religioso fece una pausa, come per sottolineare le ultime parole, poi si volse nuovamente verso il paesaggio mozzafiato oltre la finestra. «Non vi pare curioso tutto questo, senatore? In effetti sembra che negli ultimi anni si siano organizzati bene, questi ribelli: ben nascosti, ben equipaggiati. Ha quasi del miracoloso.»
«È quel che sembrerebbe» rispose Caer in tono evasivo. 
Il cardinale rimase in silenzio per alcuni momenti ancora, osservando il panorama; infine chiuse la finestra e si diresse verso il suo ospite, muovendosi intorno al tavolo come se fosse stato privo di peso, accompagnato solamente da un lieve frusciare di vesti che sembravano fluttuare per la stanza. Ostentando un sorriso enigmatico si portò al fianco del burocrate e gli sussurrò: «come vi ho detto prima, senatore, la Vera Fede è interessata solamente alle questioni spirituali. Cionondimeno, la Chiesa non è sorda al mondo esterno, anzi: sa ascoltare ed interpretare con molta efficienza le informazioni che girano… anche quelle mormorate a bassa voce.» Pronunciò le ultime parole quasi all’orecchio di Caer, con un tono carico di sottintesi.
«Mi stupirei del contrario» commentò allora lo statista, cercando di sdrammatizzare. «Non è certo un mistero che l’udito del Patriarca sia molto fine e riesca ad arrivare fino al Senato, o dentro al palazzo dell'Imperatore stesso.» 
Il cardinale sorrise nuovamente, ma con aria maligna questa volta. «E dovreste rallegrarvi, soprattutto voi, che l’udito sia fine e la loquacità limitata. Ma non è il caso di scomodare il Santo Patriarca in questa conversazione.»
«Non lo scomoderemo di certo» ne convenne Caer. Soppesò ancora per un attimo il loro colloquio, e poi concluse: «Quando la questione al nord verrà portata all’attenzione del Senato saranno presi dei provvedimenti. Vorrei sperare che, nel momento in cui questo succederà, la Fede potrà essermi di supporto, e non intendo solamente in materia spirituale. Considerate anche che la provincia della quale parliamo si trova al confine ultimo dell'Impero e, come avete detto voi, sono terre civili a malapena. La loro fede andrebbe rafforzata.»
«Se non erro, la Sacra Dottrina è già all’opera come di consueto e senza problemi al nord, anche nei luoghi più lontani. La Fede è ben protetta e ben rappresentata, per quel che ne so» replicò il prelato in abiti rossi.
«Potrebbe esserlo meglio, ve lo garantisco. Molto meglio» fece notare Caer. «Oltre le montagne ci sono poi numerose tribù che si trovano ancora immerse nelle tristi miserie del peccato e che non meritano di essere dimenticate dal Patriarca compassionevole. Se le province al nord fossero gestite a dovere, e se poi l'Impero si espandesse oltre, sarebbe senza dubbio un bene per la Fede. Si potrebbe portare la Sacra Parola in molte terre abbandonate da Dio, redimere quei popoli barbari e mostrargli la retta via.»
«Non esistono terre abbandonate da Dio, senatore. Esistono solamente terre in attesa della Parola, così come è scritto. Dubitate forse dei Testi Sacri?»
Il burocrate assunse un'espressione innocente, fingendosi addolorato ed offeso. «Mai ne dubiterei!» decretò subito. «Per questo mi preoccupo per quelle terre che aspettano con ansia di essere liberate dalle tenebre pagane in cui si trovano. Vogliamo lasciarle ad aspettare ancora a lungo, mi chiedo io?»
Rise di gusto delle sue ultime parole ed il cardinale, suo malgrado, non resistette e rise a sua volta. Si ricompose subito però, conscio del precetto secondo il quale la risata non si addice ai religiosi del suo rango.
«Molto bene, senatore Caer. Quel che posso dirvi è solamente che la Fede appoggia sempre coloro che si impegnano per diffonderla, quindi potete stare tranquillo su quest'aspetto della faccenda. Per il resto, vi do solamente un consiglio: non sottovalutate il senatore Tirus, e fate molta attenzione a come vi muovete poiché le voci si diffondono rapidamente e non è certo un mistero che all'interno del Senato ci sia più d'uno che avrebbe da guadagnarci se Tirus cadesse in disgrazia. Non vorrete certo che pensino male di voi, voglio sperare.»
«Ovviamente» ne convenne Caer, con una smorfia sdegnata e teatrale che fece sorridere ancora il religioso.
«L'intelligenza è un dono dell’Unico Dio, ma la saggezza viene dall'esperienza degli uomini ed è ugualmente preziosa. Non dimenticatelo mai» sentenziò quindi il cardinale, appoggiando la mano sulla spalla del giovane statista. 
Caer accennò un inchino abbassando il capo. «Vi ringrazio come sempre per le parole illuminate, vostra eminenza. Purtroppo non credo che ci incontreremo di nuovo prima della mia prossima confessione alla cattedrale, ma farò in modo che abbiate mie notizie a breve.»
«Le avrei avute comunque, con o senza il vostro interessamento.» 
Il cardinale fece un paio di passi indietro e porse la mano, con gesto noncurante. Caer si affrettò ad alzarsi dalla sedia e si inginocchiò, baciando l'anello con l'emblema sacro. 
«State facendo un gioco pericoloso, senatore. Mi auguro che sappiate in che cosa vi state cacciando» gli sussurrò l’alto prelato. Il burocrate fece per ribattere ma venne bruscamente interrotto dal saluto del religioso: «che la pace vi accompagni.»
Caer rimase in silenzio per un attimo, poi si alzò e rispose: «che ci accompagni tutti, eminenza.» Dopodiché si voltò e prese congedo.