La Contrada dei Mercanti

Affacciato alla finestrella della vecchia soffitta Glenn osservava il cielo sereno e profondissimo, di un blu così intenso che sembrava quasi gocciolare nella stanzetta come il colore di un dipinto. Ascoltò i suoni sommessi della notte, immaginandosi per un attimo di essere ancora spensierato e felice, come quando era ragazzo. Quelle fantasie lo accarezzavano dolcemente, mentre la lieve brezza che si faceva strada tra le crepe della parete gli sussurrava che quei giorni erano ormai lontani, molto al di là di quelle quattro mura.
Sospirò, rassegnato. Sarebbe stato bello poter tornare indietro, poter guardare di nuovo il mondo con gli occhi di quell’età… ma questi erano soltanto sogni, e le ali della sua immaginazione avevano perso già da molto tempo le loro piume fatate.
Ci pensò ancora per un attimo poi sorrise fra sé, cancellando quelle vecchie immagini. Si sdraiò e si avvolse strettamente nella coperta chiedendosi che cosa avrebbe fatto nei giorni seguenti. Era consapevole dei rischi che correva ma si sforzava comunque di non pensarci e, almeno per una volta, di mettere il buon senso da parte.
Dormì profondamente. Nessun fantasma del passato venne a disturbare il suo sonno in quella prima notte a Caledh dopo tanti anni. Aveva già pensato a cosa fare l’indomani, infischiandosene dei brutti presentimenti: c’era un posto che voleva rivedere ed era forse l’unico legato esclusivamente a dei momenti felici, che desiderava rievocare.
Appena si fece giorno uscì, avvolto nel mantello per proteggersi dall’umidità del mattino, il pugnale allacciato alla cintura e a portata di mano tra le pieghe scure dei vestiti. Respirò profondamente e si addentrò nel borgo con passo calmo e deciso. Preferì come sempre i vicoli più nascosti e le stradine più malandate e periferiche, per quanto gli era possibile. Per buona parte del cammino non incontrò anima viva, eccetto qualche viandante solitario come lui. Man mano che si avvicinava ai confini della Città Vecchia, però, iniziò a scorgere anche dei venditori ambulanti che con i loro carrettini di legno si avviavano verso la pittoresca Contrada dei Mercanti, la stessa destinazione che anche lui si era scelto.
La Contrada, come semplicemente la chiamavano, era un intricato guazzabuglio di viuzze e di botteghe che ogni giorno attirava una quantità incredibile di persone, riempiendosi all’inverosimile. Era l’immagine più suggestiva di Caledh ed era l’unica che Glenn conservasse con piacere nella sua memoria. Era ansioso di rivedere quell’angolo di città in cui tante volte si era recato segretamente, da ragazzo, nonostante le ripetute raccomandazioni ed i divieti dei genitori. Quante sgridate gli aveva procurato la Contrada! Ma ne era sempre valsa la pena. La raggiunse in breve tempo e subito si unì alla folla che si accalcava e si pigiava nelle strette vie del mercato, in cerca delle cose più bislacche che si potessero acquistare, barattare o, all’occorrenza, rubare senza troppi problemi. Era l’anima pulsante della Caledh dei poveri, un caotico labirinto in cui persino le guardie rinunciavano ad inseguire qualcuno, una volta dentro. Neanche il sole filtrava molto bene tra gli edifici vecchi e malmessi della Contrada, avvolti nella fitta rete multicolore di banconi pieni zeppi di mercanzie, frutta e verdura, fiori, tende e tessuti che si aggiungevano ai panni stesi ad asciugare di chi ci abitava, appesi come festoni laceri e consunti che, tutto sommato, avevano ben poco da festeggiare. 
Il baccano era assordante già alle prime ore del mattino. Era quasi impossibile distinguere persino la propria voce in quella baraonda convulsa e frenetica, dove nessuno si fermava per più di qualche minuto in uno stesso punto. Si veniva sospinti dal fiume umano che riempiva i vicoli angusti e resi ancor più stretti dalle decine di carretti degli ambulanti, in lite continua con i bottegai ai quali coprivano le entrate dei negozi. Nessuna faccia veniva guardata per più di qualche istante tra i fumi ed i colori opachi di quell’immenso formicaio, un luogo dove tutto era lecito e si poteva trovare di tutto, se si era disposti a pagare bene. Glenn fu inghiottito ben presto da quel viavai incessante, come una goccia d’acqua in una grande cascata, anonimo e felice come se avesse ritrovato un vecchio amico che credeva perduto per sempre. Gli era mancato quel posto, pensò, nonostante avesse visto le immense fiere del confine ovest e persino i labirintici mercati sotterranei della capitale. Ricordava com’era affascinato, da ragazzo, dai saltimbanchi e dai mangiatori di fuoco, dai musicisti di strada e da tutta la moltitudine immensa di oggetti bizzarri e curiosi esposti lungo le vie. A quell’epoca non si rendeva minimamente conto dei rischi che si potevano correre in un luogo del genere, per lui era una sorta di giardino incantato nel quale poteva dimenticarsi di tutto, nel quale poteva rifugiarsi ogni volta che desiderava scappare dalla realtà. L’essere anonimo in mezzo a tante persone in qualche modo lo faceva sentire più libero, più vivo, in un intero mondo tutto per lui, con personaggi e suoni inconfondibili.
Come allora, si guardò intorno alla ricerca di qualcosa di interessante, ripensando a come si stupiva facilmente per ogni cosa di cui non conosceva il nome. Il suo sguardo spaziò a lungo, ma ormai privo della luccicante fantasia dei fanciulli rimase deluso: tutto era più piccolo adesso, più insignificante. Avrebbe dovuto aspettarselo, si disse. Tutto sommato preferiva ricordarsi quel luogo come lo vedeva una volta, e non per quello che era. Riflettendoci bene concluse che quasi ogni cosa è sempre più bella quando la vedi con il filtro della fantasia, e non attraverso la lente della realtà. I suoi occhi erano grigi come lo era tutta la sua vita, e attraverso di essi non vedeva più niente di poetico in quel caos allucinato. Gli faceva pensare più che altro ad una vecchia prostituta ormai priva da tempo di tutto il suo fascino ed i suoi lustrini.