La risata dell'uomo interruppe l'animaletto indaffarato a rosicchiare le code dei pesci che prendeva direttamente dalla brace con le piccole manine. Gli occhioni sferici si fissarono sul padrone con sguardo interrogativo, con un velato senso di colpa che sembrava quasi umano e l'uomo rise di nuovo accarezzandogli la testolina pelosa. «Non te la prendere amico mio, stavo solo scherzando. Se il ragazzo non mangia è un problema suo.»
L'animaletto riprese a rosicchiare e l'uomo si avvicinò al ragazzo pensieroso che sedeva all'altro lato del falò, intento a fissare le fiamme senza vederle.
«Non vale la pena rifletterci così tanto, dico sul serio. Le cose sono sempre più semplici di come sembrano. Siamo noi che le complichiamo, nella maggior parte dei casi.»
«E dove sarebbe la semplicità, nel nostro caso?»
L'uomo sorrise. «La semplicità è nelle percezioni. La complicazione invece è nelle parole.»
Il ragazzo rimase in silenzio, allungando in fine una mano verso i pesci che arrostivano sulla brace. Ne prese uno che Ravel non aveva ancora avuto il tempo di divorare e poi rivolse la sua attenzione alla notte che lo circondava. Ascoltò il vento che strisciava tra gli alberi, invisibili già a pochi metri dal falò, e si ritrovò a seguire con lo sguardo il perimetro di luce che li separava dal resto del bosco immerso nelle tenebre. Mangiò con calma ed infine guardò l'uomo enigmatico che gli sedeva vicino con noncuranza, tranquillo e a suo agio come se si conoscessero da tempo.
«Secondo te, quindi, la percezione è la chiave di tutto quanto? Quello che vedo in realtà non è quello che vedo, e così via? Non per offendere, ma suona un po' come le chiacchiere dei maghi nelle fiere, che dicono di vedere gli spiriti dei morti, o di parlare con i demoni, ed il tutto poi si risolve con poche monete.»
«Ma io non ho mai detto che quello che vedi non sia come lo vedi, o cose del genere» specificò l'uomo dalla barba scura. «Ovvio che lo è. Il punto è proprio questo: le cose sono come tu le vedi. Solo che non sempre le vedi alla stessa maniera... oppure potresti non vederle affatto.»
«E sarebbe a dire?»
«Sarebbe a dire che tu percepisci il mondo che ti circonda con dei sensi limitati. Questi limiti possono esistere per vari motivi, dipendenti da te oppure no, ma non cambiano il senso del discorso. Guardati intorno, ora, per esempio. Cosa vedi?»
«Quasi niente.»
«E cosa senti?»
Il ragazzo aguzzò i sensi, facendo più attenzione. «Sento il vento tra gli alberi, il ruscello e qualche animale notturno.»
«Non li vedi, eppure sai che ci sono. Li percepisci con dei sensi differenti, che ti indicano che esiste qualcosa tra le ombre.»
Il ragazzo annuì, con lo sguardo scettico di chi sta cercando di capire dove l'interlocutore voglia andare a parare. «Non capisco dove vuoi arrivare, con banalità di questo tipo. La notte limita la vista, gli altri sensi mi aiutano a sapere ciò che la vista non mi dice... ma tutto questo che differenza può fare? Il mondo non cambia solamente perché non lo vedo. Il vento, gli alberi, gli animali. Rimane sempre tutto com'è.»
«E com'è?» chiese l'uomo, accendendosi la pipa cesellata che aveva sempre con sé e stendendo le gambe vicino al fuoco.
«Che domanda sarebbe "com'è" ?»
«Una domanda semplice, alla quale però non potrai rispondermi» ridacchiò. «Nessuno potrebbe. Persino il più saggio tra i saggi conosce ben poco del mondo, ed è saggio proprio perché è consapevole di questo.»
«Direi che il poco che conosco mi basta, e per quel che mi riguarda è anche troppo» rimbrottò Glenn. «Molte cose me le sarei risparmiate volentieri.»
«La conoscenza ha sempre un prezzo, questo è sicuro» ne convenne l'uomo, tirando la prima boccata di un fumo dolciastro ed intenso dalla sua pipa ricoperta di incisioni. «Rispondi a questo, ora: se tu fossi cieco dalla nascita, e non avessi mai visto le cose con gli occhi, che cosa succederebbe?»
«Direi che il poco che conosco mi basta, e per quel che mi riguarda è anche troppo» rimbrottò Glenn. «Molte cose me le sarei risparmiate volentieri.»
«La conoscenza ha sempre un prezzo, questo è sicuro» ne convenne l'uomo, tirando la prima boccata di un fumo dolciastro ed intenso dalla sua pipa ricoperta di incisioni. «Rispondi a questo, ora: se tu fossi cieco dalla nascita, e non avessi mai visto le cose con gli occhi, che cosa succederebbe?»
«Se fossi cieco percepirei le forme delle cose toccandole con le mani. Molte persone lo fanno.»
«Ed i colori? Percepiresti anche quelli?»
«Probabilmente i ciechi hanno una maniera propria di raffigurarseli, oppure non se li raffigurano affatto, ma questo non significa che quel che gli sta intorno sia diverso da quel che è, solamente perché non sono in grado di percepirlo in tutti i suoi aspetti».
L'espressione dell'uomo era sempre più divertita. «Immagina allora di non essere solamente cieco, ma di non avere neanche gli altri sensi a disposizione. Se non potessi toccare, udire, sentire niente, come conosceresti qualcosa che si trova al di fuori della tua portata?»
«Stiamo ragionando per assurdo» disse il giovane a quel punto, spazientito dal discorso surreale che stavano facendo. «A cosa serve ipotizzare una persona priva di tutti i sensi ed incapace di percepire quel che la circonda? Quale mondo potrebbe essere così sconosciuto da non poter essere esplorato e percepito in alcun modo da qualcuno che lo abita? Non ci trovo molto senso.»
Glenn si protese ad attizzare il fuoco e rivolse la sua attenzione alle fiamme, e l'uomo capì che la conversazione si era allungata troppo per i gusti del ragazzo, ed era giunto il momento di chiuderla.
«La tua considerazione è giusta» aggiunse quindi, alzando lo sguardo verso le profondità stellate che li sovrastavano. «Il fatto di non poter vedere o conoscere un aspetto della realtà non significa che quell'aspetto non ci sia. Quel che un saggio deve fare è quindi approfondire ciò che di volta in volta riesce a scorgere con i mezzi che ha, seguendo i fili di una rete d'esistenza della quale non vedrà mai la fine, o l'inizio. Non ci può essere una risposta unica, una verità universale, come vorrebbero alcuni religiosi. Saranno sempre e soltanto percezioni.»
L'espressione dell'uomo era sempre più divertita. «Immagina allora di non essere solamente cieco, ma di non avere neanche gli altri sensi a disposizione. Se non potessi toccare, udire, sentire niente, come conosceresti qualcosa che si trova al di fuori della tua portata?»
«Stiamo ragionando per assurdo» disse il giovane a quel punto, spazientito dal discorso surreale che stavano facendo. «A cosa serve ipotizzare una persona priva di tutti i sensi ed incapace di percepire quel che la circonda? Quale mondo potrebbe essere così sconosciuto da non poter essere esplorato e percepito in alcun modo da qualcuno che lo abita? Non ci trovo molto senso.»
Glenn si protese ad attizzare il fuoco e rivolse la sua attenzione alle fiamme, e l'uomo capì che la conversazione si era allungata troppo per i gusti del ragazzo, ed era giunto il momento di chiuderla.
«La tua considerazione è giusta» aggiunse quindi, alzando lo sguardo verso le profondità stellate che li sovrastavano. «Il fatto di non poter vedere o conoscere un aspetto della realtà non significa che quell'aspetto non ci sia. Quel che un saggio deve fare è quindi approfondire ciò che di volta in volta riesce a scorgere con i mezzi che ha, seguendo i fili di una rete d'esistenza della quale non vedrà mai la fine, o l'inizio. Non ci può essere una risposta unica, una verità universale, come vorrebbero alcuni religiosi. Saranno sempre e soltanto percezioni.»
Il piccolo Ravel finì di rosicchiare l'ultimo pezzo di pesce arrostito che riuscì a trovare e poi si rannicchiò ai piedi del suo padrone intento a fumare ed a guardare il cielo notturno con aria assente, un personaggio ammantato d'ombra e di parole vaghe. Gli occhioni scuri dell'animale riflettevano le fiamme e pareva quasi che il fuoco danzasse sulla superficie liscia di sfere d'onice, nere come l'inchiostro.
Il ragazzo rimase in silenzio, con l'intenzione di rifugiarsi nella sua solita noncuranza, ma si scoprì invece intento a riflettere sulla conversazione di poco prima, cercando di capire quanta parte di essa fosse soltanto un insieme suggestivo di parole, e
quanta invece contenesse indicazioni che potevano condurlo a
qualcosa a cui non aveva ancora dato la giusta importanza.
--- --- ---
Percepções
«Coma alguma coisa, rapaz. Se você não se apressar Ravel começará a comer as partes melhores também.»
A risada do homem interrompeu o animalzinho, que se ocupava a mastigar as caudas de peixes que pegava diretamente nas brasas com as pequenas mãos. Os olhões esféricos fixaram-se no mestre com um ar interrogativo, quase um sentimento velado de culpa que o fazia parecer um pouco humano, e o homem riu novamente, acariciando a pequenina cabeça peluda. «Não se preocupe meu amigo, eu só estava brincando. Se o rapaz não come é problema dele.»
O animal recomeçou a mastigar e o homem aproximou-se do menino que estava sentado, pensativo, no outro lado do fogo, olhando para as chamas sem vê-las.
«Eu não acho que vale a pena refletir tanto assim, estou falando sério. As coisas são sempre mais simples do que parecem. Nós que complicamos, na maioria dos casos.»
«E onde estaria a simplicidade, no nosso caso?»
O homem sorriu. «A simplicidade está na percepção. A complicação, ao invés, está nas palavras.»
O rapaz permaneceu em silêncio, estendendo enfim a mão em direção ao peixe que assava na brasa. Ele pegou um que Ravel ainda não tinha tido tempo para roer e, em seguida, olhou para o céu negro que prometia chuva entre as nuvens densas. Escutou o vento que penetrava por entre as árvores, invisíveis já a poucos metros da fogueira, e encontrou-se a correr os olhos ao perímetro luminoso que os separava das sombras da noite.
Comeu com calma e, em seguida, olhou para o homem enigmático que sentava perto tranquilamente, relaxado e à vontade como se já se conhecessem há muito tempo.
«Você acha, então, que a percepção é a chave para tudo? O que eu vejo não é realmente o que eu vejo, e assim por diante? O discurso me parece um pouco comum e já ouvido, de fato. Não quero ofender, mas soa um pouco como as conversas dos magos nas feiras, que dizem ver os espíritos dos mortos, ou falar com demônios, e tudo isso se resume em algumas moedas.»
«Mas eu nunca disse que o que você vê não é como você o vê, ou bobagens deste tipo. Claro que é. O ponto é propriamente este: as coisas são como você as vê. Só que nem sempre as vê da mesma forma, ou então você pode não ver nada.»
«E o que isso quer dizer?»
«Isso quer dizer que você percebe o mundo ao seu redor com sentidos limitados. Estes limites podem existir por vários motivos, dependentes de você ou não, mas não alteram o significado do discurso. Olhe ao seu redor agora, por exemplo. O que você vê?»
«Quase nada.»
«E o que você sente?»
O rapaz aguçou os sentidos, prestando mais atenção. «Eu sinto o vento entre as árvores, e alguns animais noturnos.»
«Não os vê, mas você sabe que eles estão lá. O vento, as árvores, os animais, cada coisa percebida com sentidos diferentes que te indicam a sua presença e te dizem que existe.»
O rapaz balançou a cabeça, mas seu olhar permanecia cético. «Apesar disto, eu continuo pensando que é um discurso óbvio e trivial. A noite limita a visão, os outros sentidos me ajudam a captar o que o olhar não me diz... mas eu já conheço o mundo, as árvores e os animais em torno de mim, eu sei como são feitos, então qual é a diferença? O mundo não muda só porque não o vejo. Tudo permanece como é.»
«E como é?» perguntou o homem, acendendo o cachimbo decorado e esticando as pernas perto do fogo.
«Como assim ‘como é?’ Que pergunta seria?»
«Uma pergunta simples, mas à qual você não poderá responder. Há muitas pessoas que têm a presunção de saber como é o mundo e que presumem ter todas as respostas; ao invés, eu digo que sabemos muito pouco e por isso acho mais sábio preocupar-se com aquilo que não se conhece ao invés de fingir que não existe, como fazem muitos. Talvez você descobrirá que o mundo tem muitas faces, rapaz, ou se você preferir, pode dizer que há muitos mundos diferentes, mas nada muda. Na maioria dos casos, é sempre uma questão de percepção. A noite agora esconde o mundo que você conhece e que você já viu, e eu concordo com você sobre o que disse antes. Mas e se você fosse cego desde o nascimento e nunca tivesse visto as coisas com os olhos, o que aconteceria?»
«Se eu fosse cego perceberia as formas das coisas tocando-as e entenderia assim como são feitas, suponho.»
«E as cores? Perceberia elas também?»
«Provavelmente a minha cabeça encontraria uma maneira de representá-las, mas isso não significa que o que está ao meu redor seja diferente do que é, simplesmente porque eu não sou capaz de decodificá-lo em todos seus aspectos.»
O homem assumiu uma expressão mais divertida. «Então, imagine se você não fosse somente cego, mas também não possuísse os outros sentidos. Se não pudesse tocar, ouvir, sentir nada, como poderia saber da existência de algo que está além de seu alcance? Sua consideração está correta: o fato de não poder ver ou conhecer um aspecto da vida não significa que esse aspecto não esteja lá. O problema é que não podemos conhecer um mundo que não tem como perceber de alguma forma, e também se pudéssemos perceber só alguns detalhes acredita talvez que as nossas percepções incompletas seriam suficientes para nos mover em um mundo quase desconhecido?»
«Mas estamos argumentando por absurdo, imaginando uma pessoa desprovida de todos os sentidos e incapaz de perceber qualquer coisa. Qual mundo poderia ser tão desconhecido ao ponto de não poder ser explorado e descoberto de alguma forma? Eu não vejo muito sentido nisso.»
O homem pensou por um momento, e depois concluiu sorrindo: «Talvez não será necessário que você o veja. Porém, não estou muito certo disto.»
O pequeno Ravel terminou de mastigar o último pedaço de peixe assado que pôde encontrar e, em seguida, agachou-se aos pés de seu mestre que estava a fumar. Os grandes olhos negros do animal refletiam as chamas e parecia quase que o fogo dançasse sobre a superfície lisa de esferas de ônix, pretas como tinta. O homem continuou a tragar do seu cachimbo uns bocados de fumo aromático com expressão ausente, como se nada pudesse perturbar aquela calma e tranquilidade que pareciam uma constante naquele personagem envolto em negro e palavras vagas.
«Sabe, rapaz, a pretensão de conhecer como é feito o mundo e dar todas as respostas é um grande problema, típico de muitas religiões e até mesmo da ciência, e sempre tem implicações perigosas. Eu duvido muito que alguém poderá saber tudo sobre o mundo, ou então explicar sua existência, o porquê e o para quê de cada coisa. O que se pode fazer é aprofundar-se sempre mais sobre o pouco que de vez em quando se pode enxergar, quando é possível. A chave para tudo o que sabemos são sempre as percepções. Nunca haverá uma resposta única, uma verdade universal. Serão sempre e apenas percepções.»
O rapaz ficou em silêncio, tentando assimilar aquelas reflexões e decidir o quanto daquele discurso seria apenas retórica, e o quanto poderia haver de informações que poderiam levá-lo a compreender algo em que ainda não tinha pensado.

